NIKON  NIKKOR  18mm f/4:

STORIA,  TECNICA  E  PROVA  SUL  CAMPO  DI

UNA  PIETRA  MILIARE  DEL  CORREDO  NIKON

POCO  CONOSCIUTA  AGLI  APPASSIONATI



ABSTRACT

The Nikon Nikkor 18mm f/4 is a seldom know lens that was conceived
by Ikuo Mori during spring and summer 1967 as a quick answer to the
Zeiss Contarex Distagon 18mm f/4, on show at Photokina 1966, but
marketing troubles delayed his presentation untill November 1974, when
it's optical formula and coating had lost the technical edge and a wider
brother, the Nikkor QD-C Auto 15mm f/5,6, was available; only about
8.000 exemplars was built between 1974 and 1982, when a new Nikkor
18mm f/3,5 arrived on the market. In this article you can find images of
the lens, the comprehensive optical data related to it's formula, resolution
figures and test pictures realized on field with a full-frame D-SLR, checking
the actual performance of such kind of lens (computed without a telecentric
projection) coupled with modern cameras.

(30/11/2010)


Il Nikon Nikkor 18mm f/4, primo obiettivo della Casa con questa focale e prodotto dal Novembre 1974 al Marzo 1982, rappresenta un caso particolare nella sterminata e variegata produzione di ottiche della Nippon Kogaku - Nikon Corporation: infatti, contrariamente a quanto è avvenuto con moltissimi obiettivi Nikkor, estensivamente discussi, descritti nei minimi dettagli e perfettamente noti agli appassionati, il 18mm f/4 resta una sorta di "buco nero" sul quale si è detto e scritto pochissimo: gli esemplari in circolazione sono rari e la maggioranza dei Nikonisti non conosce esattamente le caratteristiche tecniche o estetiche di quest'obiettivo, quasi mai chiamato in causa nelle discussioni sulla produzione Nikkor del periodo aureo.

Viceversa, quest'ottica è molto interessante da molti punti di vista: è stato il primo Nikkor retrofocus ad essere calcolato con 100° di copertura sulla diagonale (anche se, a causa dell'ingiustificabile ritardo fra progettazione e commercializzazione, ben 7 anni, nel frattempo era stato battuto dal Nikkor QD-C Auto 15mm f/5,6), era il grandangolare più spinto ancora equipaggiabile con filtri intercambiabili anteriori (sebbene adottasse insoliti filtri series IX da applicare al paraluce), era eccezionalmente compatto e leggero; dal punto di vista personale, amo incondizionatamente il Nikkor 18mm f/4 perchè, a fine anni '70 - inizio anni '80, fu impiegato dal celebre fotografo Cheyco Leidmann per realizzare alcune delle sue straordinarie immagini glamour, straripanti di colori saturi e prospettive ardite; quando ero un ragazzo di 15-16 anni, all'inizio del mio percorso fotografico, queste immagini hanno plasmato la mia sensibilità come se fosse creta, quasi fossro un imprinting materno, ed è quindi logico che veda il Nikkor 18mm f/4 come qualcosa in più di un semplice prodotto dell'industria ottica!

 

Alcune delle eccezionali immagini glamour realizzate da Cheyco Leidmann per la serie "Foxy Lady", autentico libro-cult, utilizzando supergrandangolari Nikkor con diaframma chiuso ad f/22, sottoesposizione dello sfondo, fill-flash sul primo piano ed uso estensivo di lastre polarizzanti; alcune di queste immagini sono state realizzate proprio col Nikkor 18mm f/4, proiettandolo direttamente nel mito.

(pictures: Cheico Leidmann)


Alla luce di quanto sopra, mi sembra doveroso garantire a quest'obiettivo un adeguato profilo, togliendolo finalmente dall'ingiustificato oblio a lui riservato negli ultimi 30 anni.

Il Nikkor 18mm f/4, come detto, venne calcolato da Ikuo Mori, discepolo di Zenji Wakimoto ed autentico mostro sacro della Nippon Kogaku: molti degli obiettivi supergrandangolari presentati dalla Casa da fine anni '60 a fine anni '70 sono stati firmati da Mori-San, un vero specialista nella progettazione di questi complessi obiettivi retrofocali, che si alternava in questo ruolo con Yoshiyuki Shimizu, a sua volta padre dei vari Nikkor-N 24mm f/2,8, Nikkor-N 28mm f/2, Nikkor-O 35mm f/2, Nikkor-N 35mm f/1,4, Nikkor tipo "K" 35mm f/2,8; viceversa, al genio di Ikuo Mori dobbiamo i Nikkor 13mm f/5,6, Nikkor 15mm f/5,6, Nikkor 18mm f/4, Nikkor 20mm f/4 e Nikkor 28mm f/2,8 primo tipo.

Il progetto di Ikuo Mori, completato nell'autunno 1967 e registrato il 24 Ottobre dello stesso anno, è molto importante: è accaduto spesso che lavori anche ambiziosi e molto avanzati siano rimasti sulla carta, vittime della ragion di stato del settore marketing, mentre il progetto che include il Nikkor 18mm f/4 è stato davvero remunerativo per l'azienda, visto che dai suoi "embodiments" hanno preso vita il Nikkor 18mm f/4, il Nikkor 20mm f/4 (prodotto nell'interregno fra i due Nikkor 20mm f/3,5) ed il Nikkor 40mm f/4 per Zenza Bronica 6x6cm, come confermato da Mori-San nei claims del brevetto, dove descrive uno dei prototipi da 90° f/4 come "modello di un obiettivo per una reflex monobiettivo di grandi dimensioni da 6x6cm o 6x7cm".

Questa accelerazione verso i super-grandangolari era stata sicuramente imposta dalla produzione Zeiss, che alla Photokina 1966 aveva aggressivamente proposto sia l'Hologon 15mm f/8 non retrofocus da 110° di campo e distorsione assente, sia il Distagon 18mm f/4, un supergrandangolare retrofocus da 100° previsto per l'impiego sulle macchine di punta della consociata Zeiss Ikon, le Contarex; in quest'ottica, è davvero curioso che la Nippon Kogaku avesse a disposizione il progetto definitivo per il proprio 18mm f/4 reflex già un anno dopo, nell'Ottobre 1967, ed abbia atteso fino alla Photokina 1974 per metterlo in commercio, 7 lunghi anni nel corso dei quali, chiaramente, il progetto ha perso lo smalto iniziale, fino al paradosso che un ben più complesso ed ardito Nikkor QD-C Auto 15mm f/5,6 era entrato in produzione già un anno prima del 18mm...

Le ragioni di tale discutibile scelta sono ignote: posso ipotizzare che il buon successo commerciale del Nikkor UD Auto 20mm f/3,5, sul mercato già nel 1967 e prodotto fino al 1974 in oltre 40.000 esemplari, abbia saziato le velleità dei dirigenti, rimandando così il 18mm f/4 a data da destinarsi; curiosamente, il 20mm f/3,5 UD, il famoso "padellone" con attacco filtri da 72mm, fu pensionato proprio dal 20mm f/4 progettato da Mori assieme al 18mm f/4, ed anch'esso lanciato nel 1974 (estate). Il Nikkor 18mm f/4 fu uno dei pochi Nikkor (come il 28mm f/2,8) ad essere nato al momento esatto del passaggio dalla montatura classica a quella tipo "K", con estetica più moderna e settore gommato per la messa a fuoco, e fu prodotto in montatura "K" pre-Ai dalla Photokina 1974 fino al 1977; nel 1977 subentrò la montatura tipo Ai che rimase in produzione dal 1977 al Marzo 1982; sono stati prodotti 4.277 esemplari in montatura "K" e circa 3.900 esemplari in montatura Ai; va annotato che molti degli esemplari "K", con l'avvento del nuovo standard, vennero subito modificati Ai dai rispettivi proprietari utilizzando l'apposito kit di conversione, per cui oggi e molto facile trovare obiettivi della serie "K" (prodotti fra le matricole 173.111 e 177.387) equipaggiati con ghiera del diaframma di tipo Ai e forcella d'accoppiamento esposimetrico dotata di asole;
la produzione Ai è compresa fra le matricole 190.001 e 193.900 circa, e dopo circa 800-900 esemplari le scritte identificative del modello sono state spostate dall'anello coassiale alla lente frontale al barilotto esterno.

 


Un advertising giapponese del 1974 che reclamizza il lancio del nuovo Nikkor 18mm f/4; l'obietttivo appare imponente e l'immagine non rende giustizia della sua compattezza perchè è montato su un corpo Nikkormat di piccole dimensioni (marcato Nikomat per il mercato interno giapponese) ed è equipaggiato con l'ingombrante paraluce che porta il diametro anteriore da 86mm a ben 110mm.

(picture: Nippon Kogaku)

 

Questa immagine ritrae il mio esemplare personale, appartenente alla serie "K" e non modificato; l'assenza di paraluce mette in evidenza la sua reale compattezza, soprattutto longitudinale, e lo strombo nella parte anteriore dotato di filettatura da 86mm che consente di adottare filtri Series IX di grande diametro, necessari per evitare la vignettatura con un angolo di campo così elevato. Notate la ghiera del diaframma pre-Ai, priva di sbalzi ed equipaggiata con la forcella "piena" e montata in posizione rovesciata rispetto agli obiettivi Ai; è anche assente la doppia scala per leggere otticamente l'apertura impostata, visto che questo sistema è stato adottato solamente dai corpi macchina nati dopo l'avvento del sistema Ai. Il tappo appare "moderno" ma in effetti era già disponibile all'avvento della serie "K", differendo da quelli attuali per l'assenza della freccia in rilievo per indicare la direzione di bloccaggio. La scala delle distanze spazia da infinito a 0,3m ed il riferimento per la declinazione di fuoco in infrarosso è appena al di fuori del limite di profondità di campo a piena apertura, e la sua necessità risulta praticamente trascurabile.

 

Lo schema ottico sovrapposto all'obiettivo mette in evidenza come una montatura così compatta nasconda un nocciolo ottico molto complesso e sofisticato, con ben 13 lenti in 9 gruppi; in particolare, gli ultimi 7 elementi sono di diametro estremamente ridotto e la loro realizzazione, nonchè l'incollaggio dei due doppietti, deve aver chiamato in causa la grande esperienza Nippon Kogaku nella produzione di obiettivi da microscopio.

(ringrazio il Prof. Vicent Cabo per aver tracciato lo schema base del gruppo ottico)

 

La baionetta posteriore è fissata con 5 viti (che divennero solamente 3 nella fase iniziale della produzione Ai, quando anche la scritta "Lens Made in Japan" di colore bianco divenne "Made in Japan" di colore nero) e possiamo apprezzare il ridottissimo diametro della lente posteriore, una caratteristica che non promette nulla di buono sui moderni corpi digitali full-frame, a loro agio soprattutto con obiettivi dalla proiezione telecentrica... La freccia gialla indica la palpebra protettiva che sporge sotto al lente posteriore, ad ore 6; non ho mai compreso bene il significato di questo componente (nel mirabox dei corpi Nikon F ed F2, in basso, davanti allo specchio, non c'è nulla di aggressivo per  l'obiettivo o che possa generare particolari riflessi parassiti) ma proprio questa palpebra impedisce l'adattamento su corpi digitali Canon EOS con sensore full-frame (pratica che sarebbe conveniente per utilizzare l'obiettivo senza effettuare la modifica Ai), dal momento che va fisicamente a collidere con la struttura che supporta la contattiera di interfaccia.

 

Il Nikkor 18mm f/4 presenta una "plancia di controllo" nitida ed immediatamente comprensibile, nell'alveo del classico stile Nikon delle generazioni "K", Ai ed AiS; proprio l'intrigante cromatismo relativo alla profondità di campo ed il nitido design della forcellina mi colpirono al cuore quando ero un adolescente ed ammiravo gli advertising della Nikon F2 su "National Geographic", facendo scoccare la prima scintilla di una lunga storia. Incidentalmente, come spesso avviene nei Nikkor di questa generazione, gli elicoidi di messa a fuoco in Alluminio producono col tempo dello sfrido che rende spiacevolmente "sabbioso" il funzionamento.

 

Il Nikkor 18mm f/4 era equipaggiato con esclusivo un tappo metallico 86N a vite, concepito appositamente per quest'obiettivo, simile al ben più conosciuto 72N da 72mm fornito in dotazione ad obiettivi come gli zoom-Nikkor 28-45mm f/4,5, zoom-Nikkor 25-50mm f/4, Nikkor 135mm f/2 o Nikkor 300mm f/4,5.
Questi tappi sono un assemblato di 4 pezzi distinti: la ghiera esterna in alluminio (con godronature per migliorare la presa e filettatura per il montaggio), il disco frontale in alluminio anodizzato con scritte in argento, un disco posteriore in alluminio di identico diametro ed anodizzato nero solamente sulla faccia esposta, ed un anello circolare elastico di metallo, mancante di un settore e che, inserito in un'apposita guida dell'anello esterno, tiene in sede i due piattelli circolari.

 

Questo dettaglio ravvicinato sottolinea l'elevato grado di finitura del tappo, il cui impiego è tuttavia piuttosto scomodo, se raffrontato alla praticità dei classici tappi con clips a molla; inoltre, serrandolo a fondo corsa, è molto probabile incorrere in un grippaggio che rende molto difficile la rimozione, come ho imparato a mie spese nel 1983 quando acquistai un Nikkor AiS 300mm f/4,5 e serrai il tappo a vite: servì molto tempo e molta pazienza per sbloccarlo nuovamente... Suggerisco quindi di avvitare questi tappi solo parzialmente!

 

La dotazione prevista per il Nikkor 18mm f/4 comprendeva anche il paraluce a vite HN-15 e filtri ad inserimento Series IX; solitamente il filtro adottato era un Nikon L39, in grado di tagliare l'eccesso di UV e ridurre la foschia a lunga distanza, mentre altri filtri originali Nikon (specialmente quelli di contrasto per il bianconero) venivano ereditati dal vecchio corredo Nikon F, i cui filtri Series IX erano previsti per alcuni modelli come vecchi teleobiettivi derivati dal sistema a telemetro Nikon S o zoom supertele della prima ora.

 


Il paraluce HN-15 prolunga lo strombo anteriore dell'obiettivo, portando il diametro a ben 110mm; nonostante tutte queste precauzioni, i raggi luminosi più periferici arrivano comunque a lambire la montatura anteriore, ed anche senza paraluce, scattando su un sensore full-frame da 24x36mm effettivi, da f/4 fino ad f/16 compare agli angoli estremi un accenno di vignettatura meccanica dovuta all'ingombro dell'anello filettato... Probabilmente i progettisti hanno preso in considerazione il leggero taglio di formato messo in atto dalle stampatrici o dal telaio per diapositive, lasciando che la proiezione della montatura arrivasse a sfruttare anche questo piccolo scampolo di fotogramma.

 


Il filtro Series IX viene applicato per caduta in un'apposita sede ricavata nella parte posteriore del paraluce HN-15; non è previsto alcun rinvio per ruotare i filtri polarizzatori, ed esperimenti che ho effettuato applicando a mano polarizzatori di grande diametro sulla battuta anteriore priva di paraluce (polarizzatore da 82mm, polarizzatore Cokin P160) hanno portato sistematicamente ad una vistosa vignettatura... Secondo un grande esperto del sistema Nikon l'impossibilità di polarizzare quest'obiettivo con accessori "convenzionali" fu una delle ragioni della sua scarsa diffusione a favore del coevo Nikkor 20mm f/4, non molto dissimile come angolo di campo ed equipaggiabile con comuni filtri da 52mm.

 

L'obiettivo con paraluce e filtro Nikon L39 Series IX in assetto operativo.

 

Il Nikkor 18mm f/4 montato sul suo corpo macchina d'elezione e cronologicamente congruente, la Nikon F2 nera, per l'occasione equipaggiata con Photomic ultra-sensibile DP-2 (Nikon F2S), motore MD-2, porta-batterie MB-1 e servo EE per l'automatismo del diaframma DS-1: una vera "Panzerkamera" dall'aspetto ad un tempo piacevole ed aggressivo che però, nonostante il corpo macchina meccanico, richiede una lunga teoria di batterie per essere pienamente operativa: oltre all'alimentazione da 1,5v all'ossido d'Argento del corpo macchina servono infatti 3 pastiglie al Nickel-Cadmio ricaricabili da 1,2v (impachettate in serie per un totale di 3,6v) sul servo-EE DS-1 e ben 10 batterie alcaline tipo AA da 1,5v per il motore!


Il Nikkor 18mm f/4 tipo "K" montato su Nikon F2 con mirino d'azione tipo DA ed abbinato a classici obiettivi Nikkor della stessa generazione "K": Nikkor 28mm f/2, Micro-Nikkor 55mm f/3,5 e Nikkor 135mm f/2, quest'ultimo piuttosto raro in questa configurazione (circa 4.600 esemplari prodotti fra il Dicembre 1975 e l'avvento del sistema Ai, nel 1977).


Un curioso adattamento possibile col Nikkor 18mm f/4 precede l'utilizzo su Leica M8, escludendo la critica proiezione dei bordi estremi (grazie al formato da 18x27mm con fattore di crop 1,33x) e sfruttando il sensore previsto per l'impiego con obiettivi non telecentrici: la focale "equivalente" corrisponde a 24mm giusti per 84° di campo sulla diagonale, e per l'inquadratura si può utilizzare un mirino esterno originale Leitz oppure alternativo. La vista frontale evidenzia un trattamento antiriflessi ambrato che non sembra corrispondere alle specifiche dei corrispondenti Nikkor "multicoating" della stessa serie "K": ho quasi l'impressione che, quando fu "congelato" il progetto di Ikuo Mori per ben 7 anni, anche le specifiche per il trattamento antiriflessi non abbiano beneficiato completamente dei grandi implementi messi in atto ad inizio anni '70, anche se l'obiettivo è sicuramente trattato con rivestimenti multistrato.

 

Il Nikkor 18mm f/4 in compagnia di alcuni supergrandangolari della sua era: a sinistra lo Zeiss Distagon 18mm f/4 (un modello Germany AE per Contax-Yashica) e a destra un Leitz-Elmarit-R 19mm f/2,8, progettato da Walter Mandler e prodotto dalla Leitz Canada a partire dal 1975, l'anno successivo al lancio commerciale del Nikkor.

 

Questi schemi illustrano le sezioni del Nikkor 18mm f/4 in versione "K" ed Ai, e sottolineano come la lente posteriore sia stata arretrata fino al limite di esercizio dello specchio reflex applicato alla Nikon F2, arrivando ad appena 37,6mm dal piano focale; la lunghezza focale ufficialmente dichiarata (e comunque soggetta a tolleranze nella produzione di massa) è di 18,4mm e curiosamente la lunghezza dell'obiettivo (46,5mm) coincide col suo tiraggio dalla battuta della baionetta al piano focale, mentre il complesso nocciolo ottico risulta molto miniaturizzato ed occupa appena 51,4mm.

(drawings: Nippon Kogaku)

 

Il nocciolo ottico del Nikkor 18mm f/4, come detto, è articolato su 13 lenti in 9 gruppi ed in questo schema sono riportati tutti i dati relativi alla sua costruzione; compresi i raggi di curvatura delle lenti, gli spessori sull'asse e gli spazi. Per progettare l'obiettivo, Ikuo Mori si è avvalso di 6 famiglie di vetri, per un totale di 11 materiali diversi; l'insolito doppietto collato anteriore prevede un vetro Dense Flint (SF4) ad alta rifrazione ed alta dispersione abbinato ad un Lanthanum Krown ad alta rifrazione e bassa dispersione (LaK14), seguito da due menischi singoli realizzati a loro volta con vetro Lanthanum Krown ad alta rifrazione e bassa dispersione (LaK7 e nuovamente LaK14) e da un ulteriore doppietto (L5 + L6) composto da un Lanthanum Flint ad alta rifrazione e dispersione medio-bassa (LaF35) abbinato ad un elemento molto spesso realizzato con un vetro Flint le cui caratteristiche non compaiono in alcun database moderno (forse si tratta di un materiale inquinante messo al bando dalle recenti normative) e che attualmente è sostituito dal vetro ecologico Hikari E-LF5 (ricordo che Hikari è la vetreria di casa Nikon). Proseguendo nello schema, prima del diaframma troviamo un altro, minuscolo doppietto collato che costituisce un cosiddetto "doppietto ipercromatico" (elementi L8 - L9), caratterizzato da vetri ottici con indice di rifrazione pressochè identico e dispersione molto differenziata: in questo caso sono abbinati vetri Flint tipo F2 (con rifrazione nD= 1,62004) e Dense Krown tipo SK16 (con rifrazione nD= 1,62004), mentre la relativa dispersione è rispettivamente pari a vD= 60,3 (cioè bassa) e vD= 36,3 (quindi medio-alta), un espediente già individuato e descritto in precedenti articoli al riguardo di altri obiettivi che serviva, come detto altre volte, per modificare la correzione dell'aberrazione cromatica senza intervenire nel contempo sullo stato delle altre aberrazioni. Il resto dello schema non presenta elementi di particolare rilievo, e si fanno notare due vetri "classici": il  Dense Flint SF6 in posizione L10 ed il Borosilicate Krown BK7 in posizione L12. In totale sono presenti 4 lenti realizzate con vetri agli ossidi delle Terre Rare e due Dense Flint ad alta/altissima rifrazione.

Contrariamente a quanto già previsto sul Nikkor-N Auto 24mm f/2,8 di Shimizu, i cui calcoli preliminari risalgono al 1966 e che incorpora per la prima volta un sistema flottante di compensazione alle brevi distanze, quest'obiettivo presenta uno schema rigido, privo di flottaggi; è una scelta opinabile, visto che la tecnologia era già disponibile in casa Nippon Kogaku, e forse la scelta è dovuta alla volontà di non gravare ulteriormente i costi di produzione di uno schema già di per se molto complesso e difficile da realizzare, ma sicuramente la resa a distanze minime, con uno schema retrofocus così grandangolare, viene penalizzata; da prove pratiche che ho eseguito personalmente scattando col fuoco a 0.3m si nota un vistoso aumento della curvatura di campo, con un astigmatismo più pronunciato nelle zone periferiche ed un peggioramento della leggibilità nel leggero sfuocato in foreground; curiosamente, riprendendo un campo piano con un asse di ripresa obliquo, sempre a 0,3m, la curvatura di campo modificata dalla coniugata breve tende a riportare a fuoco i bordi dell'immagine nel background.

(ringrazio il Prof. Vicent Cabo per aver tracciato lo schema base del gruppo ottico)

Circa 30 anni fa la rivista "Il Fotografo" - Mondadori, non più pubblicata da molto tempo, effettuò un test di risoluzione su mire piane, misurando il potere analitico del Nikkor 18mm f/4; i risultati non furono molto entusiasmanti, forse anche per la metodologia del test che penalizza ovviamente obiettivi dotati di una forte curvatura di campo, anche se i bassi valori sull'asse alle maggiori aperture non sono imputabili ad essa, visto che quest'area veniva messa a fuoco direttamente sulla mira. In questo schema ho trasferito i parametri di questa vecchia prova.

 

Come si può notare, l'obiettivo esordisce con una risoluzione bassa in ogni zona del campo e non sembra reagire alla diaframmazione, raggiungendo valori buoni o accettabili nelle varie zone del campo solamente ai due diaframmi più chiusi, spesso impraticabili per esigenze di esposizione; molti grandangolari Nikkor della stessa generazione, testati con questa metodologia, hanno mostrato un comportamento analogo e questo stride con la brillantezza di certe immagini realizzate da Cheyco Leidmann con tali ottiche, ma va ricordato che il celebre fotografo, per ottenere la tipica impressione di "tutto a fuoco" delle sue immagini, era solito chiudere molto il diaframma, spesso regolandolo alla massima chiusura di f/22 ed evitando così il flesso che caratterizza le maggiori aperture, esaltando la saturazione con lastre polarizzanti adattate in proprio.

 


Questo vecchio diagramma spettrofotometrico giapponese mostra la trasmissione spettrale del Nikkor 18mm f/4; chi sperasse in una trasmissione estesa nel campo UV immediatamente adiacente alla luce visibile (utile per certi generi di riprese specialistiche e spesso presente in vecchi obiettivi) deve ricredersi: una trasmissione apprezzabile è garantita solo a partire da circa 380nm di lunghezza d'onda, un valore nella media degli obiettivi commerciali; i colpevoli del brusco "taglio di banda" verso le frequenze più corte sono i vetri all'ossido di Lantanio e di altre Terre Rare, che proprio in virtù della loro composizione (molti di questi ossidi causano un avvertibile cast giallastro) tagliano le frequenze più corte, agendo come una sorta di leggerissimo filtro giallo.

 

AREA  TEST


Il Nikkor 18mm f/4 tipo "K" presenta una ghiera del diaframma il cui bordo inferiore riesce a scivolare sotto la camma Ai del mio corpo Nikon D700, complice un leggero gioco assiale dell'anello coassiale ed una leggera elasticità della camma in resina, permettendomi di utilizzare l'obiettivo illustrato nel'articolo su questo corpo macchina, nonostante il fatto che non sia modificato Ai. Ho potuto così effettuare qualche prova sul campo per verificare se l'obiettivo, trapiantato su sensore full-frame, fosse in grado di garantire prestazioni sufficienti nonostante la sua proiezione tutt'altro che telecentrica. Vediamo qualche impressione.

 


Innanzitutto analizziamo la distorsione: secondo gli scarni report dell'epoca l'obiettivo presenta una distorsione ben corretta, non eccessivamente pronunciata, tuttavia il suo andamento appare poco favorevole: se osserviamo questo edificio dotato di un pattern geometrico ripetitivo, possiamo senz'altro evidenziare una distorsione "moustache" che esordisce a barilotto nelle zone più centrali per passare poi a cuscinetto ai bordi estremi, in modo abbastanza brusco: è il tipo di distorsione visivamente più sgradevole e facilmente percettibile proprio a causa di questa inversione di tendenza, ed anche la sua correzione via software diviene molto complessa, dal momento che occorrono fattori polinomiali di correzione radiale variabili a diverse altezze della diagonale; l'andamento "moustache" è facilmente rilevabile seguendo il profilo della grondaia superiore, così com'è subito percettibile la "bolla" di maggiore brillantezza e luminanza al centro dell'immagine (pur avendo scattato ad f/8), nonostante il fatto che - in questo caso - la vignettatura fosse stata corretta manualmente via software: evidentemente il sensore 24x36mm della D700 non gradisce la proiezione non telecentrica che proviene dalla piccolissima lente posteriore.

Va comunque detto che altri supergrandangolari dell'epoca presentano una distorsione analoga: ad esempio, il Leica Elmarit-R 19mm f/2,8 primo tipo presenta un andamento "moustache" simile a questo.

 


Lavorando con soggetti meno critici, e chiudendo il diaframma ad f/11 (forse l'apertura operativamente preferibile), l'immagine ha una qualità ragionevole, anche se la risoluzione non appare mai elevatissima (forse anche a causa dei files globalmente "morbidi" prodotti dalla D700), i bordi estremi restano impastati e la vignettatura va comunque corretta in postproduzione.

 


Un altro scatto realizzato ad f/11 evidenzia la buona compensazione ombre/luci di quest'obiettivo, che consente di gestire i forti contrasti di chiaroscuro in luce solare piena più agevolmente di quanto non avvenga con i contrastatissimi supergrandangolari moderni, fissi e zoom.

 


Un dettaglio fortemente periferico sottolinea le aberrazioni irrisolte ma presenta ancora una risoluzione accettabile (notate le scritte sulla para bianca del pneumatico).

 

Un altro particolare ingrandito della stessa immagine sottolinea la transizione gentile fra luci ed ombre garantita dal Nikkor 18mm f/4.

 

Questa caratteristica appare in modo più chiaro in queste due immagini, realizzate sempre ad f/11 in pieno sole: le zone in piena luce risultano adeguatamente brillanti ma le aree in ombra sono comunque parzialmente leggibili, anche in presenza (come nel caso a sinistra) di un forte differenziale d'esposizione (le ombre non sono state assolutamente "alleggerite" via software); nell'edificio a destra è nuovamente visibile la particolare distorsione dell'obiettivo.

 


Questa immagine (vista autunnale di Brisighella dal belvedere della torre dell'orologio) riassume le caratteristiche positive del Nikkor 18mm f/4: buona compensazione, colori piacevoli, presenza nei vari piani della scena; i bordi appaiono visibilmente più confusi ed aberrati di quanto non avvenga con le ottiche moderne, ma non va dimenticato che la progettazione di questo complesso obiettivo risale al 1967 e che lo stiamo "forzando" su un sensore digitale 24x36mm.

 


Questa scena consente di apprezzare la vignettatura meccanica introdotta dalla montatura anteriore da 86mm: nonostante il suo vistoso strombo rispetto alla lente anteriore, è possibile notare come intercetti ancora gli angoli del formato 24x36mm (ad esempio, nei bordi dell'immagine sul cielo); come ho già ripetuto, credo che alla Nippon Kogaku abbiano considerato il sistematico taglio di formato introdotto dai sistemi di stampa automatici e dai telai per diapositive ed abbiano lasciato che la montatura debordasse
leggermente in un campo considerato non sfruttabile.

 


Come accennavo, le immagini digitali appaiono piuttosto morbide, sia per i limiti di resa dell'obiettivo sia per le intrinseche caratteristiche del file prodotto dall'apparecchio utilizzato; questo non deve tuttavia scoraggiare, dal momento che alle immagini test visualizzate in crop al 100% non è stato applicata una filtratura di sharpening, mentre basterebbe davvero poco per incrementare il senso di nitidezza senza per questo alterare la naturalezza dell'immagine. Ad esempio, prendiamo questo soggetto e visualizziamo al 100% del file il crop evidenziato dalla cornice bianca: a sinistra senza alcuno sharpening e a destra con un intervento molto leggero.

 


L'intervento applicato sul dettaglio a destra è di entità volutamente modesta, ma è già sufficiente, nell'uso pratico, per fornire un senso di nitidezza percettibilmente superiore senza che subentri una sgradevole sensazione di "artefatto".

 

Ho ripreso l'immagine seguente (sempre Brisighella dalla torre dell'orologio) utilizzando il Nikkor 18mm f/4 matricola 174.578 su Nikon D700 in RAW-NEF @ 14bit, aperto in Adobe Camera Raw 5.x e lanciato per il salvataggio in Adobe Photoshop CS4 @ 16 bit; l'immagine non è stata corretta o implementata in alcun modo e non è stato applicato alcuno sharpening; ho scattato a tutte le aperture disponibili (f/4 - f/5,6 - f/8 - f/11 - f/16 - f/22) utilizzando un cavalletto, il sollevamento dello specchio e l'autoscatto utilizzando un'esposizione equivalente in tutti i fotogrammi, poi aperti in Camera Raw con la stessa temperatura colore e tonalità; il tutto al fine di visualizzare il comportamento di quest'obiettivo su una moderna digitale full-frame.

Devo dire che ogni volta che ho trasferito su questa piattaforma un vecchio obiettivo Nikkor, anche quando era penalizzato sulla carta dalle caratteristiche tecniche, sono sempre stato positivamente sorpreso della sua risposta e delle sue prestazioni, sempre al di sopra delle aspettative, come se una magica entità donasse una seconda chance a questi modelli ormai obsoleti e garantisse una nuova vita sulla griglia di Bayer da 24x36mm; forse questo è il primo caso dove il trapezista cade senza rete, nel quale l'obiettivo di vecchia concezione paga vistosamente dazio rispetto al tradizionale impiego su pellicola; naturalmente stiamo parlando di immagini prive di postproduzione, e sappiamo bene che distorsione, vignettatura, nitidezza, contrasto e fringings cromatici possono essere facilmente gestiti in digitale, producendo un'immagine drammaticamente migliorata rispetto al RAW di partenza, tuttavia non posso esimermi da esternare questa impressione epidermica.

 

Dall' immagine di partenza ho evidenziato tre zone (al centro, nelle aree mediane ed ai bordi del campo), e per ogni apertura di lavoro ho ricavato tre crops, corrispondenti alle cornici bianche, che saranno visibili al 100% del file. Prima di passare all'analisi dei dettagli, occorre un cenno sulla vignettatura: è ormai chiaro che quest'obiettivo non gradisce l'esercizio su un sensore full-frame, un'antipatia ricambiata con affetto anche dalla Nikon D700, che fatica a riprodurre le porzioni più esterne dell'immagine con una sufficiente uniformità luminosa rispetto al centro, ed il problema appare molto vistoso alle maggiori aperture, come palesemente confermato da questa animazione.

 


La vignettatura sul sensore FX è molto marcata ad f/4 ed f/5,6 ed occorre arrivare almeno ad f/11 per ottenere una soddisfacente uniformità, seppure non ancora perfetta; appare sempre più evidente come il Nikkor 18mm f/4 sia un obiettivo da diaframmi piuttosto chiusi, ed occorre forse dimenticarsi un impiego a mano libera in interni, sfruttando le maggiori aperture!

Vediamo ora i crops al 100% del file nelle varie zone del campo a tutte le aperture disponibili.

 


Il comportamento in digitale, quantomeno sull'asse, sembra differire dalle prove di risoluzione eseguite a suo tempo: le zone centrali migliorano in modo appena percettibile passando da f/4 ad f/5,6 ma successivamente sembrano plafonare senza introdurre l'implemento di resa che era lecito aspettarsi (forse dipende anche dal sensore FX da 12,1 megapixel, sicuramente poco critico come sfruttamento dell'obiettivo); viceversa, le zone mediane, già vistosamente aberrate, migliorano decisamente con la diaframmazione, garantendo i migliori risultati ad f/8 - f/11; infine, i bordi sono ingiudicabili ad f/4 a causa della vistosissima vignettatura ma anch'essi migliorano vistosamente chiudendo l'iride, e già ad f/8 sono accettabili, anche se un impiego ad f/11 - f/16 risulta preferibile per la migliore illuminazione periferica; come già anticipato, l'apertura che rappresenta il miglior compromesso fra i vari parametri e le varie zone del campo resta f/11.


Riassumendo, il Nikkor 18mm f/4 è un obiettivo le cui radici progettuali affondano a metà anni '60, ed è possibile che una ricolputazione aggiornata al momento del suo lancio effettivo (Novembre 1974) avrebbe beneficiato di notevoli progressi nel campo del calcolo computerizzato, dei modelli virtuali, dei vetri ottici, del trattamento antiriflessi; l'obiettivo esteticamente è molto gradevole e compatto, ha un look "Nikkor Ai style" da urlo ed è estremamente leggero, compensa bene i contrasti e produce colori molto gradevoli; purtroppo sul digitale soffre del calcolo non telecentrico, aggravato dal ridotto diametro dell'elemento posteriore, a sua volta arretrato al limite teorico dell'ingombro retrofocale utile, e le zone periferiche sono afflitte da una vignettatura vistosa e da una riproduzione poco nitida e brillante, richiedendo una chiusura ad f/11 (o anche oltre) per rimediare a questo handicap iniziale; con una postproduzione "indulgente" che fornisca l'adeguato sharpening, soglia di macrocontrasto, compensazione della vignettatura e (sudando sette camicie) della distorsione è comunque possibile migliorare di  molto l'immagine di partenza  e di utilizzare ancora oggi questo misconosciuto pezzo di storia Nikon in abbinamento ai corpi macchina più moderni, magari avvantaggiandosi degli ingombri e del peso notevolmente inferiori a quelli degli zoom superwide oggi in voga per affrontare impegnative escursioni in montagna, mentre i feticisti potranno sempre vestire di latex fluorescente l'amica di turno, inserirla in un'ambientazione metafisica e sognare...

(Marco Cavina)

(testi, attrezzature, immagini e grafiche di Marco Cavina, dove non altrimenti specificato)


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