OTTICHE INTERESSANTI E PARTICOLARI PRODOTTE DA CARL ZEISS JENA E CARL ZEISS OBERKOCHEN:

 TESSAR 21cm f/4,5, TESSAR 13,5cm f/6,3, ANASTIGMAT 110mm f/8, APO-TESSAR 30cm f/9, TESSAR 40mm f/3,5, TESSAR 23mm f/2,8, TESSAR 105mm f/3,5, LUMINAR 16mm f/2,5 e 25mm f/3,5, SONNAR 2,5cm f/1,4, APO-GERMINAR 375mm f/9, DOKUMAR 47mm f/5,6, BLASENKAMMEROBJEKTIV ZEISS JENA 39mm f/8, BLASENKAMMEROBJEKTIV ZEISS S-DISTAGON f/11, P-FLEKTOGON 35mm f/2,8, JUSTIER OPTIK  JO-1  14mm f/14, S-PLANAR 120mm f/5,6 in M46x1, S-PLANAR 25mm f/1,6 4050A°, S-PLANAR 50mm f/1,6 4360 A°, S-PLANAR 95mm f/2,1 4360 A°, UV-PLANAR 60mm f/4, S-DISTAGON 27-32mm f/1,5 T*, MIROTAR 500mm f/4,5, N-MIROTAR 210mm T= 0,03, TELE-TESSAR 500mm f/8 E SPIEGELOBJEKTIV 500mm f/4.

 

 

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10/12/2012  (UPDATED  04/02/2015)


Questo articolo ha richiesto un notevole lavoro preliminare di ricerca oltre all'acquisizione di pezzi insoliti, in certi casi anche costosi, e lo voglio considerare una sorta di regalo di Natale dedicato ai miei tanti amici ed appassionati dell'argomento.

Parafrasando il celebre assunto "la filogenesi riassume l'ontogenesi", l'evoluzione della Zeiss, nei sui multiformi trasformismi e sofferte riorganizzazioni societarie, incarna un po' la storia stessa della fotografia moderna, una grande madre che ha sempre introdotto nuove tecnologie e formato validi tecnici che, come semi portati dal vento, a loro volta hanno dato lustro ad altre celebri aziende del settore, raggiungendo spesso i vertici dei relativi uffici di progettazione; naturalmente la produzione Zeiss, articolata fra Carl Zeiss Jena e Zeiss Ikon prebelliche e Carl Zeiss Jena, Carl Zeiss Oberkochen e Zeiss Ikon Stuttgart postbelliche risulta davvero smisurata, un vero tripudio di forme e modelli diversi: in questo contesto ho isolato una selezione trasversale, ad ampio spettro, di obiettivi prodotti in vari periodi e destinati agli impieghi più vari, financo sconosciuti ai più: l'unico denominatore comune è il celebre marchio che li identifica.

La prima serie di obiettivi rende giustamente omaggio al progetto tipo Tessar. il celebre capolavoro di Paul Rudolph presentato nel 1902; grazie alla sua semplicità costruttiva, alla resistenza al flare anche in assenza di trattamenti antiriflesso ed alle ottime prestazioni, all'epoca eguagliate solo da ottiche convertibili molto più complesse, anche ad 8 lenti, questo progetto ottico sortì un immediato e travolgente successo e divenne il modello più copiato al mondo: non esiste azienda coinvolta nella produzione di obiettivi, che siano da ripresa, da riproduzione o da ingrandimento, che non abbia realizzato almeno un obiettivo basato sul classico tipo Tessar a 4 lenti in 3 gruppi; recenti e blasonate interpretazioni (Nikkor Ai-P 45mm f/2,8, Leica Elmar-M 50mm f/2,8 new), accreditate di ottime prestazioni, confermano come il celebre "Adlerauger" (l'occhio d'aquila) sia ancora perfettamente attuale.

Il primo esemplare che prendiamo in considerazione ci rimanda gli albori adolescenziali della fotografia: si tratta di un Carl Zeiss Jena Tessar 21cm f/4,5 in BBM (brass barrel mount), cioè con barilotto piano di ottone, senza otturatore; sulla ghiera frontale è indicato il numero di brevetto 142.294 del Kaiserliches Patentamt, registrato in data 25 Aprile 1902, e la matricola 111.389 indica una produzione circoscritta all'Agosto 1909, ben 113 anni fa... Nello stesso momento venivano scoperti i famosi Burgess Shales nella Columbia Britannica, con la loro eccezionale fauna cambriana conservata così bene che, per la prima volta, si studiarono le parti molli dei trilobiti, un lontano evento che appartiene ormai alla storia della paleontologia.

 

 

Quest'obiettivo presenta una magnifica livrea rètro ed una montatura a vite N60 (Normalfassung 60mm); il Tessar 21cm (poi 210mm) f/4,5, destinato a lastre piane 13x18cm, fu caratterizzato da una vita commerciale soprendentemente lunga, passando attraverso due guerre mondiali e diversi ricalcoli, e fu prodotto dall'autunno del 1906 fino alla primavera 1980, addirittura, con un range di matricole Carl Zeiss Jena comprese fra circa 80.000 e 10.833.987 ... La ghiera che sostiene il doppietto posteriore può essere svitata, grazie ad una presa di forza zigrinata sul fondo dell'obiettivo, mentre le due lenti singole anteriori sono rimuovibili in blocco svitando la ghiera anteriore di colore nero, a sua volta smontabile in due pezzi togliendo la lente centrale, avvitata sul retro del cannotto rimosso: in questo modo è possibile accedere facilmente alla pulizia di tutte le superfici aria-vetro dell'obiettivo ed anche ispezionare il diaframma a 16 lamelle e praticamente circolare; quest'ultimo non riporta valori logaritmici di apertura bensì, semplicemente, il diametro corrispondente dell'iride espresso in millimetri, da 39mm a 3mm.

Ho effettuato prove preliminari con tale ottica, e non nascondo l'emozione provata nel ridare vita ad un pezzo storico così datato: a piena apertura (39mm) la resa risulta abbastanza morbida (ma occorre considerare che l'osservazione a monitor al 100% - tenendo presente il reale formato originale, non sfruttato - corrisponderebbe ad analizzare un file da circa 20.000 pixel di lato, cioè una schermata ipotetica da oltre 7 metri, quindi è sicuramente un esame troppo severo. considerando l'età dell'obiettivo ed il moderato ingrandimento richiesto ad una lastra da 13x18cm); chiudendo l'iride a 17mm si ha il miglior compromesso fra soppressione delle aberrazioni e diffrazione, e l'ottica fa registrare una risolvenza davvero inaspettata, quantomeno nelle zone centrali, accompagnata da un contrasto buono anche se privo di quella cattiveria nel microcontrasto tipico di ottiche con moderno trattamento antiriflessi (qui completamente assente); purtroppo un residuo di aberrazione sferica sottocorretta comporta un focus-shift (backfocus) abbastanza evidente, per cui, volendo sfruttare completamente le elevate prestazioni garantite a 17mm (circa f/12,5), è caldamente consigliabile mettere a fuoco direttamente all'apertura di lavoro. Chiudendo ulteriormente ad 8mm (circa f/22 + 1/2), il piano di fuoco resta più stabile ma, ovviamente, la nitidezza è compromessa dalla diffrazione, quindi l'apertura ottimale resta f/11 o poco più.

E' interessante notare che l'obiettivo è dichiarato come un  f/4,5, mentre il brevetto originale si riferisce ad un f/5,5... Se consideriamo che la massima apertura del diaframma ha un diametro di circa 39mm, a quest'ultimo corrisponderebbe un'apertura geometrica di circa f/5,4, coerente con i dati di brevetto ma non con quelli di targa...

Per chi fosse interessato ad avere una vaga idea di come si comporta oggi questo Tessar 21cm f/4,5, ecco

IL LINK

ad una rapidissima prova che ho effettuato con quest'obiettivo.

Quest'altro esemplare di Tessar in brass barrel mount è invece un piccolo ma delizioso 13,5cm f/6,3, probabilmente montato all'epoca su una fotocamera a lastre 9x12cm Ernemann Heag della serie XII; anche in questo caso il diaframma è calibrato in millimetri di apertura (da 21mm, cioè f/6,4, a 3mm, cioè f/45) e la matricola n° 165.789 consente di inquadrarlo cronologicamente con esattezza: quando questo piccolo gioiellino di ottone venne prodotto, nel Nord-Atlantico galleggiavano ancora cadaveri dei dispersi nella tragedia del Titanic, la Regia Marina Italiana aveva appena occupato l'isola di Rodi, scatenando la guerra Italo-Turca ed il campanile nuovo di S. Marco a Venezia, dopo il crollo del 1903, veniva inaugurato in pompa magna: infatti, questo Tessar uscì delle officine di Jena nell'Aprile-Maggio del 1912, giusto 100 anni fa.

 

 

Lo schema tipo Tessar del 1902 è frutto di un lungo e sofferto lavoro di ottimizzazione messo in atto da Paul Rudolph per oltre una dozzina di anni; il punto di partenza per il suo sviluppo è senz'altro lo Zeiss Protar progettato nel 1890 e, nei primi anni di produzione, commercializzato con la denominazione generica di Anastigmat; l'obiettivo che segue appartiene proprio a questa generazione ed è interessante perchè si tratta di uno Zeiss Anastigmat 110mm f/8 prodotto nel Marzo del 1896 da Krauss, la sussidiaria Zeiss con sede a Parigi (ed anche Stoccarda): un autentico alter ego che rimase attivo fino agli inizi del '900.

 

 

L'obiettivo, qui proposto assieme agli estratti essenziali del suo brevetto, registrato nell'Aprile 1890, è di piccole dimensioni ed era originariamente applicato ad una piastra in legno di mogano; la montatura è in ottone brunito e, come consuetudine, i riferimenti per la chiusura del diaframma indicano l'apertura dell'iride espressa in mm; notate come i dati nell'anello frontale siano sgorbiati manualmente, rimuovendo la laccatura nera e facendo comparire l'ottone.

 

 

L'obiettivo ha un aspetto piacevolmente vetusto e dimostra tutti i suoi 117 anni di età; sul fianco del barilotto si può notare la matricola 15.301 che inquadra la produzione proprio nel Marzo 1896.

 

 

Come accennato, questo Zeiss Krauss Anastigmat 110mm f/8 è equipaggiato con un nocciolo ottico di tipo Protar classico, costituito da due doppietti collati asimmetrici, una soluzione che riduce i passaggi aria-vetro ad appena 4, una scelta obbligata per mantenere alto il contrasto in assenza di antiriflessi; accanto alla sezione del brevetto originale sono visibili le due celle con i doppietti (facilmente smontabili dal barilotto) e, sul lato interno si può notare come sia riportata la matricola dell'obiettivo (per evitare equivoci durante l'assemblaggio o successive operazioni di manutenzione) ed anche un codice "C320 F5065" dal significato misterioso. L'apertura massima di 16,2mm consentita dalla ghiera del diaframma corrisponderebbe ad un valore teorico di circa f/6,8, forse arrotondato ufficialmente ad f/8 considerando gli assorbimenti e le riflessioni del sistema; l'apertura massima teorica, secondo i parametri del brevetto, dovrebbe essere intorno ad f/5,6 ma lo schema Protar soffriva ancora di eccessiva aberrazione sferica e quindi il valore massimo consentito sugli esemplari di produzione veniva prudenzialmente ridotto.

 

 

I vari componenti disassemblati ed esposti nella relativa sequenza; notate come l'iride del diaframma, costituito da 10 lamelle e praticamente tondo, risulti già parzialmente chiuso anche alla massima apertura, una soluzione che riduce i riflessi parassiti interni; anche la passivazione delle lamelle in nero opaco è una soluzione molto moderna che, curiosamente, non era presente in ottiche molto più recenti, come le Zeiss per Hasselblad e Contarex anni '60, equipaggiate con diaframmi lucenti come specchi...

 

 

Con l'intento di correggere l'aberrazione sferica e migliorare la planeità di campo, nel 1893 era stato introdotta anche una versione di Protar con gruppo posteriore composto da 3 lenti collate anzichè 2 (Series IIa, schema Zeiss n° 008), poi prodotta nelle focali 90, 110, 136, 167, 205, 244, 295, 350 e 433mm; la soluzione del tripletto posteriore collato verrà poi rievocata da uno degli obiettivi più rari e famosi della storia, il Leitz Anastigmat 5cm f/3,5.

 

 

Come la storia insegna, Paul Rudolph combinò il doppietto posteriore del Protar col gruppo anteriore dell'Unar, ottenendo così l'immortale Tessar.

L'immagine che segue è stata realizzata proprio con quest'obiettivo, utilizzato a piena apertura f/8.


E' evidente che, con qualche attenzione, quest'obiettivo del XIX secolo può ancora dare soddisfazioni; notate come lo schema articolato su due soli gruppi di lenti consenta di mantenere un buon contrasto anche in assenza di antiriflessi.

Un altro Tessar "classico" è rappresentato dalla prima versione 5cm f/2,8 realizzata per Contax a telemetro: il Tessar portato alla luminosità f/2,8 costituiva il punto di arrivo di numerose rielaborazioni del progetto originale messe in atto da Willi Mertè ed Ernst Wandersleb proprio con l'intenzione di elevare la luminosità di quest'obiettivo, passato da f/6,3 ad f/5,5, ad f/4,5, ad f/3,5 e - appunto - ad f/2,8. La versione più luminosa venne brevettata in Germania nel Luglio 1930, il primo prototipo di 5cm f/2,8 (Versuch 1931 n° 4) vide la luce nel 1931, con matricola 1.239.697, ed i primi lotti vennero prodotti a partire dallo stesso anno.

Il primo gruppo di Tessar 5cm f/2,8 realizzati in attacco a baionetta per la neonata Contax Ia fu assemblato nel Gennaio 1932, quando vennero approntati 850 pezzi compresi fra le matricole 1.309.001 e 1.309.850; l'esemplare illustrato in seguito appartiene proprio a questa serie.

 

 

L'obiettivo, montato su una Contax Ia coeva, è rientrante e dispone di attacco a baionetta sinistrorsa con scala delle distanze riportata sul corpo macchina (limitatamente ad alcuni obiettivi), una caratteristica tipica di questa celebre fotocamera; notate come la sua finitura risenta ancora di suggestioni art-dèco.

 

 

L'obiettivo, esteticamente è molto gradevole anche se inequivocabilmente datato; la finitura è in nickel, tipica di quel periodo e destinata entro brevissimo tempo ad essere soppiantata dal processo di cromatura; ovviamente l'ottica non è trattata antiriflessi e dispone di un diaframma ad iride praticamente circolare; i valori del diaframma sono riportati sulla piastra anteriore, come nell'Elmar 5cm f/3,5 di Leitz, tuttavia la regolazione è di gran lunga più pratica grazie all'ampia ghiera con presa di forza perimetrali godronata; l'innesto è un piccolo capolavoro di meccanica, con la baionetta di attacco che deve coesistere in spazi ristretti col meccanismo che consente di estrarre l'obiettivo collassato e di bloccare a sua volta in cannotto il posizione di lavoro; in definitiva un vero classico, anche se le sue prestazioni non hanno mai convinto completamente, relegandolo ad "ultima" scelta alle spalle dei gioielli Sonnar 5cm f/1,5 ed f/2 e Tessar 5cm f/3,5, meno luminoso ma molto mordace.

 

 

Lo schema riassume il brevetto originale del Tessar f/2,8, firmato da Mertè e Wandersleb, con i relativi parametri geometrici e le caratteristiche dei vetri ottici impiegati.

La feconda progenie di Tessar, col tempo, ha nobilitato anche fotocamere di gamma medio-bassa, condividendo con questi apparecchi votati al budget l'eccezionale rapporto fra qualità e costi di produzione tipico di questo schema; al riguardo, due esempi eloquenti sono costituiti dal Carl Zeiss Tessar 40mm f/3,5 della Rollei 35 e dal Tessar by Rollei 23mm f/2,8 della Rollei E110 (e relative varianti 35T ed A110): il primo destinato al formato 135 ed il secondo al formato 110.

 

 

La Rollei 35, capolavoro del geniale ingegnere Heinz Waaske, che la progettò fra il 1965 ed il 1966, è un piccolo gioiello di micro-meccanica interamente metallico che, all'epoca, sbalordì per la straordinaria compattezza, seppure ottenuta sacrificando il telemetro, coniugata con soluzioni estetiche estremamente felici che ne facevano un vero oggetto di design; costruita con la robustezza e l'accuratezza tipica della Casa, si avvaleva del migliore know-how tedesco nei relativi settori: meccanica Franke& Heidecke, esposimetro Gossen, otturatore Deckel Synchro-Compur (meravigliosamente miniaturizzato) ed ottica Carl Zeiss Oberkochen: cosa chiedere di più?

 

 

Il Tessar 40mm f/3,5 abbinato a questo apparecchio venne inizialmente prodotto dalla Zeiss di Oberkochen (come l'esemplare illustrato, con relativa matricola congruente); i Tessar 40mm realizzati da Carl Zeiss equipaggiarono gli esemplari Made in Germany e, fino a esaurimento scorte, anche quelli Made in Singapore; successivamente, la Rollei ottenne da Zeiss la concessione per produrre direttamente l'obiettivo, con identiche specifiche, e da allora fu marcato Tessar Made by Rollei.

E' interessante notare che, nonostante la destinazione ad un apparecchio di fascia media, questo Tessar è stato progettato senza lesinare sulla dotazione di vetri ottici moderni; in particolare, la prima e l'ultima lente sono realizzate con vetri ottici Flint al lantanio di classe Schott LaF3 ed LaF2, mentre molti Tessar progettati nei decenni precedenti e destinati anche ad apparecchi di prestigio non si avvalevano di materiali alle Terre Rare. Le quote indicate nel brevetto (copertura sulla diagonale di 56° ed apertura f/3,5) corrispondono perfettamente alle caratteristiche oggettive del modello di produzione.

 

 

L'altro Tessar preso in considerazione è il modello "Made by Rollei" da 23mm f/2,8 che equipaggia le Rollei A110 ed E110, anch'esse figlie del visionario Heinz Waaske (che le ideò nel 1972-73) e caratterizzate da una carrozzeria che rappresenta un'equilibrata e mirabile sintesi fra ergonomia/funzionalità e design, il tutto calibrato sul target di potenziali acquirenti, ovvero soggetti che si avvicinano per la prima volta alla fotografia; anche in questo caso, pur trattandosi di un apparecchio per caricatori formato 110, la Rollei (nel frattempo trasferitasi armi e bagagli negli avveniristici stabilimenti di Singapore) non è scesa a compromessi sulla qualità e la robustezza, creando un corpo macchina interamente metallico e privo di laschi meccanici che si collocava su un altro pianeta rispetto alla concorrenza; il suo guscio metallico, collassato in posizione di riposo, si apriva scoprendo il mirino e l'obiettivo, mentre il riarmo dell'otturatore e l'avanzamento della pellicola si ottenevano chiudendo e riaprendo in guscio stesso, come sulle microcamere Minox.

E' interessante notare come tutti i comandi delegati alla regolazione dell'apparecchio, allo scatto ed allo sblocco di componenti siano realizzati in plastica di colore arancio fluorescente, quindi facilmente identificabili da un utilizzatore poco esperto; in particolare, la presa di forza posta sotto la plancia anteriore, azionata con pollice della mano sinistra, comanda la messa a fuoco del Tessar, regolabile da infinito ad 1m, e nel mirino un indicatore trasparente di colore verde segnala la relativa zona di fuoco selezionata fra le cinque disponibili: 1 metro, ritratto a mezzo busto, 2 metri, gruppo di persone, paesaggio ad infinito; naturalmente la messa a fuoco non risulta precisissima ma probabilmente si faceva affidamento sull'ampia profondità di campo consentita dalla focale 23mm.

Anche il diaframma, per contenere i costi, risulta semplificato e ridotto a due semplici ghigliottine antagoniste con una svasatura a "v", asimmetrica e simile alla sezione di un fiume con sponde dal dolce pendio; nella parte alta dell'apparecchio ci sono tre steps predefiniti e graficamente identificati con piena luce, luce attenuata, luce scarsa: un selettore consente di scegliere l'apertura opportuna, modificando il posizionamento reciproco delle ghigliottine; selezionando il valore intermedio, l'apertura lasciata dal particolare profilo delle due lastrine metalliche risulta quantomeno sorprendente (vedi dettaglio nell'illustrazione) ed è simile ad una stella a 4 punte, con 2 vertici appuntiti e 2 vertici arrotondati: non credo che questa sia la configurazione ottimale per ottenere un'omogenea resa ottica su tutto il fotogramma o un piacevole bo-keh nello sfuocato ma probabilmente chi investiva una cifra tutto sommato modesta per acquistare questo gioiellino, forse la prima "vera" fotocamera" della sua vita, sarà comunque rimasto soddisfatto dei risultati ottenuti.

 

 

Il Tessar montato sulle Rollei A110 ed E110 è stato progettato dalla Carl Zeiss intorno al 1960, inizialmente con focale da 25mm poi ridotta a 23mm per adeguarsi perfettamente al formato 110; quest'obiettivo copre un angolo di campo di 50°, corrispondenti - sul formato 135 - ad un normale "allargato" da circa 45mm, una scelta sicuramente azzeccata per l'utilizzo universale, non specialistico, mentre l'apertura massima f/2,8 è sicuramente soddisfacente, per la categoria di prodotto.

Anche in questo caso, il minuscolo Tessar è stato concepito senza badare al risparmio: a parte il sofisticato trattamento antiriflessi multistrato applicato da Rollei, il suo nocciolo ottico prevede la prima lente in vetro Crown al lantanio tipo Schott LaK10 e la quarta lente in vetro Flint al lantanio tipo Schott LaF21, due materiali con ottimo rapporto fra alta rifrazione e bassa dispersione.

Un altro Tessar storicamente importante è il 105mm f/3,5 Zeiss Opton T che equipaggiava la fotocamera Super Ikonta tipo 531/2 prodotta nel dopoguerra dalla Zeiss Ikon Stuttgart: non si tratta di un obiettivo tecnicamente significativo ma, in abbinamento alla fotocamera, concretizzava un riuscito binomio fra dimensioni quasi tascabili e grande formato di negativo (6x9cm su rullo 120, ovvero 56,5 x 87,0mm effettivamente misurati su negativo esposto e sviluppato); la denominazione Zeiss Opton T testimonia la fase iniziale e transitoria che caratterizzò la produzione della Zeiss occidentale nel dopoguerra, quando la questione sui diritti del marchio Carl Zeiss era ancora da dirimere.

 

 

Una Zeiss Ikon Stuttgart Super-Ikonta 531/2 6x9cm accanto all'immagine ufficiale ricavata da una brochure d'epoca; l'obiettivo è uno Zeiss Opton Tessar 105mm f/3,5 T montato su otturatore Synchro-Compur MX della Deckel di Monaco di Baviera; lo stesso gruppo ottico, sempre su otturatore centrale Deckel, al tempo venne fornito anche al produttore tedesco Linhof per i suoi modelli 6x9.

 

 

L'obiettivo è marcato con la "T" rossa per indicare il rivestimento antiriflessi mentre la messa a fuoco avviene grazie al solo spostamento della lente anteriore, con un elicoide accoppiato al telemetro, il che consente di lasciare stazionario il gruppo dell'otturatore: in questo modo il soffietto principale non è coinvolto in tale operazione e serve unicamente a posizionare l'ottica al tiraggio di lavoro iniziale, riducendo così l'usura di questo delicato particolare. Il diaframma, a 10 lamelle, chiude fra f/3,5 ad f/32 con uno snapshot-setting per istantanee definito da relativi punti di fede rossi sulla scala del diaframma (fra f/11 ed f/16) e su quella di messa a fuoco (con settaggio di iperfocale a circa 12 metri), mentre i tempi di posa consentiti dall'otturatore spaziano fra 1" ed 1/500" + posa B seguendo la scala precedente a quella attuale, con sequenza 1 - 2 - 5 - 10 - 25 - 50 - 100 - 250 - 500. Notate come l'antiriflessi sia poco più di un'azzurratura, un trattamento molto meno sofisticato di quello presente sui Sonnar 50mm per Contax a telemetro dello stesso periodo, e parimenti marcati Zeiss Opton T; considerando il fatto che all'epoca alcuni Tessar erano ancora prodotti nello stabilimento di Coburg, in attesa di mandare Oberkochen a pieno regime, non metterei la mano sul fuoco circa l'esatta provenienza di quest'obiettivo anche perchè la sua matricola 731185 del 1951, nei registri di produzione di Oberkochen (comunque talvolta imprecisi) corrisponderebbe ad un lotto di Tessar 75mm f/3,5 per il formato 6x6cm e non alla versione da 105mm...

 

 

Analizzando il progetto ottico del Tessar 105mm f/3,5 applicato alla Super-Ikonta 531/2, si può notare la ricerca dell'economia di produzione, ottenuta rinunciando ai moderni vetri alle Terre Rare (presenti in analoghi progetti di Tessar f/3,5 della stessa epoca); questo Tessar si differenzia anche per un angolo di campo inferiore al consueto (circa 48° contro i 56° tipici di altre versioni), rinunciando così alla sua vocazione leggermente grandangolare (vedi i classici Tessar da 40mm - 45mm nel 24x36mm oppure 75mm per il 6x6cm). Trattandosi di progetti impostati immediatamente dopo il conflitto, è anche possibile che si tratti di scelte conservative maturate in un momento in cui  le aziende del settore non erano ancora in grado di garantire la fornitura di vetri dalle caratteristiche speciali e va comunque rilevato che il Tessar è sempre stato eccellente fin dai suoi esordi, quando la scelta di vetri era giocoforza limitata... I progettisti di questa versione sono due mostri sacri di casa Zeiss: Guenther Lange, a capo del Rechensbuero della Zeiss di Coburg-Oberkochen fin dagli esordi, e Robert Richter, talentuoso matematico che, negli anni '30, aveva già calcolato alcuni famosi obiettivi Carl Zeiss Jena per riprese aeree come il Topogon, il Pleon ed il Telikon, poi estensivamente impiegati dalla Luftwaffe durante il conflitto: questo Tessar può dunque vantare una paternità di altissimo lignaggio, nonostante la scelta di vetri in tono dimesso!

Nel tempo, il tipo Tessar si è rivelato uno schema molto versatile e ha dato vita ad ottiche con angolo di campo e destinazione molto diversi, dai Carl Zeiss Jena Apo-Tessar per arti grafiche al Tessar grandangolare dal 76° per Contax (seppure con apertura ridotta ad f/8) agli storici Tele-Tessar con focale 3,5 - 4 volte superiore a quella del normale; lo stesso schema base, in posizione invertita, è stato utilizzato da varie case anche per ottenere obiettivi da riproduzione e macrofotografia spinta, e l'esempio forse più illustre in questo campo è costituito dagli Zeiss Luminar 16mm f/2,5 e Luminar 25mm f/3,5, ottiche speciali destinate al sistema macro- e microfotografico Zeiss Ultraphot che consentivano, rispettivamente, rapporti di riproduzione fino a 40:1 e 25:1: entrambi gli obiettivi utilizzano uno schema tipo Tessar invertito, standard o leggermente modificato.

 

 

Questi Zeiss Luminar 16mm f/2,5 e 25mm f/3,5 erano destinati al corredo Contarex ed appartengono alla prima delle tre (o quattro) serie, prodotta prima del 1967-68 e caratterizzata dalle doppie ghiere godronate (una per comandare il diaframma e l'altra in funzione di presa di forza) con spigoli a 90°; come potete notare, entrambi gli obiettivi si avvalgono di uno schema tipo Tessar, invertito: convenzionale per il 25mm (a destra) e modificato per il 16mm (a sinistra), ottenuto aggiungendo una quinta lente oltre il doppietto collato; entrambi questi obiettivi, se impiegati alla massima apertura per limitare la diffrazione, offrono un potere risolvente molto elevato, nonostante l'ingrandimento spinto, a riprova del grande potenziale espresso da questo immortale schema ottico.

 

 

L'obiettivo illustrato è invece un Carl Zeiss Jena Apo-Tessar 30cm f/9, un classico process-lens per arti grafiche che sfrutta lo schema Tessar con qualifica di apocromatico per la litografia; l'obiettivo base è in montatura R55 (cioè "rohr" - tubo - da 55mm di diametro) assemblata in un elicoide dal passo molto fine e dotato di piastra con fori per il fissaggio.

 

 

Questo esemplare risulta storicamente interessante perchè fu prodotto nel Dicembre del 1943 e testimonia le relative ristrettezze delle materie prime nella Germania di allora: il barilotto è realizzato in lega di alluminio (comunque di ottima qualità), perchè l'ottone era destinato alle munizioni, e l'obiettivo è rifinito con smalto grigio perchè negli ultimi anni di guerra il cromo (normalmente fornito dai paesi Scandinavi) era praticamente esaurito e, peraltro, non sarebbe stato possibile cromare l'alluminio utilizzato per la montatura.

Il prossimo obiettivo preso in esame può essere, a sua volta, considerato storico per le implicazioni sottese al suo schema ottico: si tratta del Carl Zeiss Jena Sonnar 2,5cm f/1,4 che equipaggia una cinepresa 16mm Zeiss Ikon Dresden Movikon 16 costruita nel 1935.

 

 

Questa cinepresa, presentata in un periodo di grande fervore per all'attività cinematografica tedesca ed alla vigilia delle celebri Olimpiadi di Berlino, immortalate nel famoso film di Helene Riefenstahl, era un piccolo gioiello interamente metallico e costruito con precisione e tolleranze meccaniche tipiche del periodo d'oro della Zeiss Ikon; fra le caratteristiche troviamo il motore a molla ad ampia autonomia, partenza in autoscatto, 4 cadenze di ripresa da 12 a 64 fps, 4 angoli di apertura dell'otturatore da 180° a 30°, sequenza programmabile, mirino diretto e mirino a 90° con prisma, scatto singolo, hole finder per fuoco diretto sul piano focale, manovella per dissolvenze, obiettivi Carl Zeiss Jena  intercambiabili con telemetro e correzione del parallasse accoppiati; fra gli accessori più importanti troviamo un magnifico mirino multifocale mentre la gamma di ottiche, con attacco a baionetta, comprendeva il rarissimo Topogon 1,3cm f/3,5, il Tessar 2cm f/2,7, il luminosissimo Sonnar 2,5cm f/1,4; il Sonnar 5cm f/2,8, il Sonnar 7,5cm f/4 ed il Tele-Tessar 18cm f/6,3 (quest'ultimo non accoppiato).

 

Il Carl Zeiss Jena Sonnar 2,5cm f/1,4, sul formato 16mm, copre un angolo di campo da circa 30°, corrispondente al classico normale cinematografico; questo esemplare risulta essere il 493° su un lotto di 500 esemplari prodotti nell'Aprile 1935 ed è, quindi, uno dei primi Sonnar di questo tipo realizzati per la Movikon 16; ovviamente è privo di trattamenti antiriflessi (era fornito un paraluce specifico, illustrato nell'immagine precedente) ed il suo diaframma ad iride praticamente circolare chiude da f/1,4 ad f/22: l'ampia apertura massima, eccezionale per l'epoca, coniugata con il tempo d'otturazione minimo di 1/25" consentito alla cadenza di 12 fps con otturatore regolato a 180°, permetteva di operare anche in condizioni di luce attenuata.

L'obiettivo focheggia da infinito ad 1m ed  incorpora un telaio con lente ausiliaria che, col telemetro estratto lateralmente il posizione di lavoro, agevolava le operazioni di riscontro col telemetro, mentre la presa di forza per la messa a fuoco (ad ore 7), ingaggiata tramite un pivot ad una ghiera dotata di settore dentato, comandava anche l'inserimento automatico di un'antina di riduzione nel mirino per compensare il parallasse alle distanze minime; considerando anche la baionetta d'innesto, realizzata con la consueta precisione, questo piccolo obiettivo del 1935 è veramente capolavoro di ottica e meccanica, arrivato al compimento assoluto nell'immediato dopoguerra con l'introduzione del trattamento antiriflessi.

 

 

Lo schema ottico del Sonnar 2,5cm f/1,4, grazie all'angolo di campo ridotto dai classici 46° a circa 30°, più che avvalersi della tipica configurazione già impiegata nel Sonnar 5cm f/1,5 per Contax a telemetro, si rifà direttamente ai prototipi di Ernostar f/1,4 progettati a fine anni '20 da Ludwig Bertele per la Ernemann, subito prima della fusione aziendale con la Zeiss Ikon; Il giovane Bertele calcolò per la ditta di Dresda i famosi obiettivi luminosi f/2 ed f/1,8 destinati all'apparecchio Ermanox, poi venne assunto in carico dalla Zeiss Ikon e fin da subito diresse in rechensbuero della Carl Zeiss Jena, a nemmeno trent'anni di età: i questa fase ha evoluto il suo precedente Ernostar f/1,8 nel Sonnar f/1,5, abbinando al modulo anteriore del primo (lente singola più tripletto) un gruppo posteriore complesso a 2 o 3 lenti collate, in luogo dell'elemento singolo presente nell'Ernostar; in questo caso, grazie alla riduzione dell'angolo di campo ed al piccolo formato coperto, Bertele ha ottenuto un obiettivo f/1,4 replicando l'architettura di base dell'Ernostar f/1,4 prototipo concepito nelle ultime fasi della sua carriera alla Ernemann e mantenendo l'elemento posteriore singolo di quest'ultimo.

 

 

Nel Sonnar 2,5cm f/1,4 per Movikon 16, calcolato da Bertele nel 1930, troviamo il tipico tripletto collato che caratterizza i Sonnar anni '30, composto da un vetro Flint, un Fluor Crown ai fluoruri a bassa rifrazione e bassa dispersione e un dense Flint al piombo ad alta rifrazione ed alta dispersione; l'abbinamento fa si che l'elemento convergente centrale a bassa dispersione crei un doppietto cromaticamente sottocorretto con la lente convergente che lo precede ed un doppietto cromaticamente sovracorretto con quella divergente che lo segue. Nel Sonnar f/1,5 è presente un altro tripletto collato posteriore nel quale la forte curvatura convergente nel punto di incolaggio fra seconda e terza lente corregge meglio il coma e l'aberrazione sferica rispetto al precedente Ernostar f/1,4 prototipo ma nel caso del nostro Sonnar 2,5cm f/1,4 questo modulo complesso non si è reso necessario grazie alla riduzione dell'angolo di campo, quindi è stato mantenuto l'elemento singolo previsto nella configurazione originale dell'Ernostar anni '20.

Le quattro ottiche descritte in seguito sono produzioni postbelliche della Carl Zeiss Jena DDR, concepite in un arco di tempo compreso fra metà anni '50 ed inizio anni '70; ciascuna di esse, oltre ad essere insolita se non sconosciuta, per varie ragioni risulta particolarmente interessante.

Cominciamo con un obiettivo per arti grafiche, funzionalmente analogo ai noti Nikon Apo-Nikkor, Rodenstock Apo-Ronar, Schneider G-Claron, Goerz Red Dot Artar e simili; questo Carl Zeiss Jena Apo-Germinar 375mm f/9 appartiene ad una gamma di obiettivi destinati a vari formati, con focali comprese fra 140mm e 1.200mm, che furono calcolati fra il 1955 ed il 1957 da Harry Zoellner; in particolare, questo esemplare risulta molto interessante perchè era nato specificamente per la deretinatura a diffrazione.

 

 

L'esemplare illustrato fu prodotto alla fine del 1961 ed adotta lo schema ottico originale a 6 lenti simmetriche spaziate ad aria concepito da Zoellner nel 1957; come vedremo, subito dopo, nel 1962, tale schema fu rivisto e modificato in un classico 4 lenti in 4 gruppi tipo Aviar o Apo-Ronar ed esistono solamente 67 esemplari di Apo-Germinar 375mm f/9 a 6 lenti come l'obiettivo presentato in questa sede; questo mostro di vetro ed ottone da quasi 2kg di peso è interessante anche per un altro aspetto pratico: diversamente da altri modelli di Apo-Germinar, concepiti per riproduzioni convenzionali nel campo delle arti grafiche, questo modello fu ideato esplicitamente per riprodurre originali di grandi dimensioni che a loro volta erano già stati stampati con retino tipografico, affrontando lo stesso problema che incontrano gli utilizzatori dei moderni scanner piani quando devono attuare la "deretinatura" dell'originale scansionato; in questo caso, per annullare il raster del retino originale, si ricorre al fenomeno della diffrazione introdotta dalla chiusura del diaframma.

Questo speciale Apo-Germinar 375mm f/9 dispone di una gamma di aperture estremamente ampia, da f/9 ad f/256, un valore quasi esagerato che consentirebbe una profondità di campo francamente inutile in riprese di originali piani, con conseguente e progressivo manifestarsi di diffrazione che riduce il potere risolutivo alle varie aperture; sulla parte anteriore del barilotto sono presenti due misteriose scale supplementari: una indica la risoluzione del retino presente sull'originale, con due differenti valori di misura, e l'altra la scala di riproduzione adottata rispetto alle dimensioni del soggetto da copiare, con valori compresi fra 10% e 1000%; combinando reciprocamente i valori di riferimento sulle due scale, la serie delle regolazioni definirà l'apertura di diaframma più opportuna affinchè la diffrazione cancelli la retinatura dell'originale col minimo degrado di nitidezza fisicamente necessario... Naturalmente l'obiettivo può essere impiegato anche per riproduzioni convenzionali a scala unitaria (1:1), sfruttando a tale rapporto di riproduzione una diagonale di formato da ben 620mm ed utilizzando il diaframma ottimale riportato con un punto rosso sulla relativa scala (f/16 + 2/3); questo bel pezzo della Zeiss Jena DDR presenta una montatura a vite da 72mm di diametro ed un angolo visivo piuttosto ristretto, come di solito avviene con questo tipo di ottiche, pari a 46°.

 

Questo dettaglio ravvicinato evidenzia meglio la serie di ghiere con scale numeriche che, azionate in cascata, definiscono l'apertura ottimale per deretinare l'originale: occorre dapprima ruotare la ghiera con godronature alternate finchè il rombo smaltato di bianco si colloca davanti alla corretta risoluzione del retino originale (valori Rw ed Ra); successivamente si fa coincidere l'altra estremità del rombo con il valore della scala di riproduzione, riportato sulla seconda ghiera numerica, ed automaticamente verrà definito il valore di diaframma necessario rispetto al punto di fede triangolare posto sopra la scala dei diaframmi.

 

 

Questo schema evidenzia le variazioni introdotte nello schema ottico degli obiettivi Carl Zeiss Jena Apo-Germinar: Harry Zoellner, a metà anni '50, progettò lo schema ottico a sinistra, con 6 lenti spaziate ad aria simmetricamente disposte, e tutti i modelli furono equipaggiati con tale nocciolo ottico, compreso il 375mm illustrato sopra; nel 1962 la gamma venne rivoluzionata e le focali comprese fra 240mm e 450mm adottarono il classico schema a 4 lenti in 4 gruppi raffigurato al centro, mentre il 140mm, il 180mm e le focali da 600mm in su utilizzarono un nuovo schema (a destra), sempre calcolato da Zoellner, mantenendo le 6 lenti spaziate ad aria a disposizione simmetrica ma con struttura differente.

Harry Zoellner, il padre di questo Apo-Germinar,  fu un'autentica eminenza dell'ottica tedesca che, avendo scelto di restare nella Germania Democratica, fatalmente fu poco conosciuto in Occidente per il sistematico boicottaggio dei prodotti e la disinformazione gestita ad arte che, negli anni di guerra fredda, erano all'ordine del giorno; viceversa Zoellner, dopo aver diretto il dipartimento matematico di calcolo ottico alla Voigtlaender di Braunschweig, dal 1946 al 1977 comanderà il rechensbuero per il calcolo degli obiettivi alla Carl Zeiss Jena DDR (e dal 1963 sarà anche capo del dipartimento ricerca e sviluppo del settore fotografia) e nella sua lunga e brillantissima carriera progetterà molti, famosi obiettivi della Casa oltre a dare un contributo importante alla nascita del primo calcolatore asservito alla progettazione ottica utilizzato a Jena, il famoso e ciclopico ORPEMA; ho quindi pensato che fosse doveroso creare un piccolo profilo personale di questo grande Uomo, consentendo a tutti di conoscerne gli indiscutibili meriti.

 

Un altro obiettivo Carl Zeiss Jena DDR davvero insolito e poco conosciuto è il Dokumar 47mm f/5,6; calcolato nel 1969 da Wolf Dannberg (braccio destro di Zoellner e padre dei Flektogon 20mm) e da Joachim Schilling, il Dokumar 47mm f/5,6 era un'ottica da riproduzione moderatamente grandangolare (circa 60°) con diaframma fisso f/5,6 ed alta risoluzione che veniva utilizzata da un banco per creazione di microfiches su pellicola 35mm non perforata prodotto sempre dalla Zeiss Jena e denominato Dokumator Aufnahmengeraet DA7.

 

 

In questa immagine il Dokumar 47mm f/5,6, il cui cannotto è spoglio come in un obiettivo per diaproiettore, è applicato nella montatura originale che consentiva di fissarlo alla relativa reprocamera; le ghiere filettate consentono di registrare con precisione il tiraggio di fuoco e di bloccare il tutto, evitando spostamenti indesiderati. Fin dalla prima occhiata, impressione poi confermata dai dati tecnici, lo schema dell'obiettivo richiama un grandangolare simmetrico, tipo Biogon o Super-Angulon.

 

 

In questa vista frontale si possono notare due interessanti anomalie nella serie di incisioni di questo specifico esemplare: per il Dokumar 47mm f/5,6 la Carl Zeiss Jena ha assegnato lotti di matricola pari 1.490 pezzi (essendo ottiche speciali non ci è dato sapere se tutti gli obiettivi previsti sono stati effettivamente assemblati), prodotti fra il 1971 ed il 1981, e tutti gli esemplari standard presentano la scritta Carl Zeiss Jena (senza DDR) e la matricola sequenziale (ad esempio: 9.363.525): in questo caso è stata aggiunta la denominazione DDR e al posto della matricola è presente un numero di 4 cifre; ho esaminato un altro esemplare analogo a questo, con numerazione simile, ed ho dedotto che si tratti di una grossa fornitura specifica ad un unico committente, forse governativo.

 

 

Il Dokumar 47mm f/5,6 è un obiettivo che adotta uno schema di tipo Super-Angulon, con 8 lenti in 4 gruppi disposte quasi simmetricamente rispetto al diaframma fisso; schemi di questo genere consentono solitamente angoli di campo compresi fra 90° e 105° ma, in questo caso, si è deciso di limitare la copertura ad appena 59,5°, ottenendo una risolvenza elevatissima anche ai bordi e limitando la vignettatura secondo la legge di Lambert, per cui la progressione è funzionale al Cos3 Theta e non al classico Cos4 Theta, garantendo una luminosità ai bordi superiore al 70% di quella misurata sull'asse (valore che aumenta ad oltre il 90% con un filtro degradante concentrico opzionale, adottato di rado e solamente con soggetti molto critici).

L'obiettivo applicato sul Dokumator Aufnahmengeraet DA7 consente di ridurre originali lucidi o opachi con scale comprese fra 1:30 (formato A0 da 1.532mm di distanza) ed 1:7,5, riproducendoli in microfiches su speciale pellicola 35mm per microfilm non perforata, ad alta risoluzione; il formato utile della microfiche ottenuta (Nutzformat) è di 28x40mm, con una copertura di 53,5°, mentre il campo complessivo impressionato (Schwaerzungsfeld) è pari a 32x45mm, cui corrisponde un cerchio di copertura da 53,4mm di diametro ed un angolo di campo della coniugata anteriore di 59,5°.

La distorsione è corretta in modo praticamente perfetto: il valore relativo è al di sotto dello 0,1% e quello assoluto è inferiore ai 5 micron su tutto il campo.

come indicato in grafica, il Dokumar 47mm f/5,6 equipaggiava anche reprocamere modello 551674, 550452 e 542112.

 

(credits - sheet: Carl Zeiss Jena)

Ho incontrato grandi difficoltà nella ricerca di immagini che riproducessero il Dokumator Aufnahmengeraet; questa scheda originale della Carl Zeiss Jena illustra il modello precedente, il DA5, destinato ad un formato inferiore ed equipaggiato con un Dokumar 38mm f/5,6, per il resto è identico al DA7 sul quale era applicato il nostro 47mm f/5,6. Come si può intuire si tratta di un grosso banco per microfilmatura equipaggiato con un piano dotato di sistemi d'illuminazione complessi e con una colonna sulla quale è collocato un apparecchio fotografico speciale con bobine di pellicola 35mm non perforata a metraggio; ignoro le caratteristiche tecniche complessive e la serie di comandi presenti sulla plancia mi fanno supporre la presenza di un'eventuale pompa a vuoto per aspirare gli originali e tenerli aderenti al piano; questi apparecchi per microfiches sono stati estensivamente utilizzati anche dall'HVA (Hauptverwaltung Aufklaerung), dipartimento del Ministerium fuer Staatssicherheit, meglio noto come STASI, per impieghi facilmente intuibili.

Come in una partita a scacchi, anche la controparte occidentale ha realizzato uno strumento molto simile, denominato Zeiss Mikrobox: anch'esso riduceva originali piani su microfiches con rapporti di riduzione da 1:30 ad 1:8, replicando i parametri del Dokumator Zeiss Jena, ed era equipaggiato con un obiettivo progettato nel 1974 da Erhard Glatzel assieme al suo alter ego Hainz Zajadatz derivandolo dal classico schema Biogon di Ludwig Bertele: quest'obiettivo ha una focale di 40mm, condivide col Dokumar l'apertura massima fissa di f/5,6 e venne denominato Carl Zeiss S-Biogon.

 

 

Come si può notare, il 40mm f/5,6 di Glatzel è un "vero" Biogon, molto ortodosso, che si discosta dal classico modello f/4,5 da 90° per dettagli minori, principalmente la sagoma falciforme della prima lente.

 


L'S-Biogon 40mm f/5,6, del quale è qui riportato l'estratto di brevetto relativo al modello di produzione, garantiva a sua volta una risoluzione elevatissima (si parla di oltre 300 l/mm, nelle zone del campo più favorevoli) tuttavia, con l'intento di miniaturizzare il dispositivo repro Microbox, il suo angolo di campo è superiore a quello del Dokumar 47mm f/5,6 e questo comporta una vignettatura ai bordi nell'ordine di 1 f/stop, inaccettabile per l'impiego specifico, che obbliga all'adozione praticamente costante del relativo filtro degradante concentrico, non essenziale sul Dokumar; incidentalmente, sembra che anche il Foreign Intelligence Office della DFR, tanto per non essere da meno, abbia fatto largo uso dello Zeiss Mikrobox...

 

 

I dati originali sul potere risolutivo del Dokumar 47mm f/5,6, perigliosamente recuperati, sono estremamente favorevoli: la risolvenza aerea è di 260 l/mm costanti dall'asse a 10mm fuori asse, passa a 220 l/mm a 17,5mm fuori asse e si assesta a 200 l/mm ai bordi estremi del campo ammesso (26,7mm fuori asse); naturalmente questa risolvenza teorica deve fare i conti col materiale sensibile utilizzato, tuttavia anche nelle peggiori condizioni di esercizio la il potere risolutivo ai bordi non scende sotto il valore minimo di 135 l/mm.

 

 

Anche i valori MTF originali sono parimenti elevati: su questi diagrammi vengono riprodotti i parametri di trasferimento di contrasto (MTF) sull'asse (linea rossa), ai bordi con lettura sagittale (linea verde) e ai bordi con lettura tangenziale (linea blu), a frequenze spaziali comprese fra 0 e 260 cicli/mm, il tutto ai rapporti di riproduzione 1:30 ed 1:7,5: si tratta di valori estremamente severi, se consideriamo che - di solito - le ottiche vengono testate a 10 e 30 oppure a 10, 20 e 40 cicli/mm... I parametri dimostrano come sull'asse, nelle condizioni più favorevoli, ad 1:30,  sia ancora presente trasferimento di contrasto (10%) a 260 cicli/mm, mentre i bordi si estinguono ad quasi 250 e quasi 225 cicli/mm, a seconda dell'orientamento delle calotte, con curve di poco inferiori ad 1:7,5.

Si tratta di valori ovviamente eccellenti, ben superiori a quelli consentiti dalle ottiche di ripresa convenzionali, per quanto di altissima qualità.

 

Il terzo obiettivo Carl Zeiss Jena DDR preso in esame è uno strumento altamente specialistico che ben pochi hanno avuto il piacere di vedere dal vivo: si tratta del Blasenkammerobjektiv 39mm f/8, concepito nel 1968 da Eberhard Dietzch, derivandolo da uno schema Flektogon 20mm, anch'esso progettato da lui.

 

 

Il Blasenkammerobjektiv 39mm f/8 è un obiettivo particolarissimo concepito per fotografare il percorso delle tracce nucleari all'interno di una speciale "bubble chamber" di 5 metri di lato allestita nella "Città delle Scienze" di Dubna (Russia): queste particelle caricate vengono liberate nella camera, riempita con un liquido trasparente instabile, nella fattispecie idrogeno riscaldato. L'idrogeno viene solitamente immesso partendo da materiale molto freddo e compresso a 5 atmosfere; subito prima che il fascio di particelle venga liberato, la pressione nella camera è ridotta improvvisamente, espandendo il volume della camera con un pistone e portandolo al 101% del volume iniziale; passando attraverso l'idrogeno, le particelle rilasciano energia che manda in ebollizione l'idrogeno lungo il loro percorso, creando una scia di piccole bolle; le particelle attraversano la camera di 5 metri in appena 15 nanosecondi, rendendo impossibile individuarle, ma le bolle di ebollizione dell'idrogeno impiegano circa 1/100" a formarsi, creando così una traccia che può essere fotografata.

Il Blasenkammerobjektiv serve proprio a fotografare le tracce di questi percorsi, evidenziate dalle bolle generate durante l'ebollizione del mezzo; del sistema ottico, molto complesso, fanno parte due enormi menischi anteriori, uno dei quali a diretto contatto con l'idrogeno in pressione, oltre ad altri correttori di rifrazione, mentre lo schema di base è riconducibile a quello di un retrofocus f/2,8 da 90° di campo; il complesso ha una focale di 39mm, un'apertura f/8 (con diaframma di lavoro f/11 - f/13), un angolo di campo pari ad 88° ed una distorsione nell'ambito dell'1,5%.

 

 

Questa bubble chamber, esposta all'esterno, in una struttura del CERN, è analoga a quella appena descritta; su una sfera da 3,7m simile a questa, sempre al CERN di Ginevra, era applicato un obiettivo prodotto dalla Zeiss di Oberkochen e che svolgeva le stesse funzioni del Carl Zeiss Jena Blasenkammerobjektiv 39mm f/8; si trattava di uno speciale S-Distagon con struttura da semi-fisheye ed una serie di lenti di campo posteriori per ottenere una proiezione telecentrica; l'obiettivo lavorava a contatto con grossi menischi concentrici (altra analogia con la versione Zeiss Jena) e garantiva un angolo di campo superiore, 106°, accettando però una distorsione pari a circa il 20%, mentre l'apertura di lavoro era f/11; ecco il suo schema ottico.

 

 

Osservate le grandi similitudini generali con il Blasenkammerobjektiv Carl Zeiss Jena, dai menischi anteriori alle lenti di campo posteriori; lo schema base è di tipo Distagon ma, per semplicità, non corregge completamente la distorsione per non complicare ulteriormente un progetto già così critico.

 

 

In questa immagine le tracce nucleari evidenziate dall'ebollizione del mezzo sono state fotografate in un contesto analogo a quello appena descritto e risultano davvero affascinanti.

Un altro obiettivo Carl Zeiss Jena DDR altrettanto inusitato è il P-Flektogon 35mm f/2,8, ideato sempre da Eberhard Dietzsch nel 1973 e noto all'interno dell'azienda anche con il codice SO 3.1 (Sonderoptik 3.1) ad esso assegnato dall'Operativ Technischer Sektor (OTS) del Ministerium fuer Staatssicherheit della ex-DDR, il celebre STASI.

 

Quest'obiettivo, analogo ad un'ottica per "tandem" X-ray priva della sua gemella, equipaggiava un apparecchio reflex 24x36mm di origine Pentacon denominato GSK e destinato a compiti di sorveglianza; la sua caratteristica, al di là dell'ampio spazio retrofocale richiesto dal movimento dello specchio, da cui la denominazione Flektogon, consisteva in una pupilla di entrata estremamente avanzata, abbinata ad un gruppo di lenti anteriori dal diametro ridotto, ed era utilizzata dallo STASI per sorvegliare e fotografare l'interno di stanze attraverso fori ricavati nelle porte o nei muri; il particolare schema ottico ha comportato una distorsione del 5%, piuttosto elevata in termini assoluti ma ininfluente per il particolare utilizzo previsto.

 

Per la fotocamera di sorveglianza GSK dello STASI la Carl Zeiss Jena aveva concepito una serie di 4 obiettivi, tutti idonei alla ripresa attraverso piccole aperture: il P-Flektogon SO-3.1 da 35mm f/2,8 appena descritto era infatti affiancato da un SO.3.2 50mm f/2,8 (un doppio Gauss di derivazione Biotar), da un SO.3.3 75mm f/3,5 (con schema Tessar) e da un SO-3.4 135mm f/3,5 (una riedizione del celebre Sonnar di pari caratteristiche); notate la montatura speciale con lenti quasi a sbalzo e ghiera di fuoco servita da una cremagliera tipo "follow focus" cinematografico.

La Carl Zeiss Jena, negli anni al culmine della Guerra Fredda, realizzò molti altri obiettivi speciali destinati al Settore Tecnico Operativo dello STASI, diversi dei quali erano dei gioielli di miniaturizzazione e complessità ottica; uno dei più interessanti era denominato JO-1 (Justier Optik 1) e costituiva il sistema ottico di un dispositivo di sorveglianza denominato Beobachtungscomplex II; il Beko II era composto da un modulo con fotocamera e grandi oculari per una migliore visione al quale era applicato un tubo metallico da 30mm di diametro e 436,7mm di lunghezza al cui interno era inserito il gruppo ottico JO-1, un complesso sistema con 16 lenti in 10 gruppi per una focale complessiva di 14mm ed apertura fissa f/14. Questo sistema ottico prevedeva un modulo anteriore a grande estrazione pupillare (se vogliamo concettualmente analogo al P-Flektogon appena descritto) con un sistema relay secondario che trasportava l'immagine all'altra estremità del tubo, dove impressionava un'immagine circolare da 24mm di diametro su pellicola 35mm; il sistema ottico precedeva una pupilla di entrata in posizione tale da consentire l'acquisizione anche attraverso un'apertura molto piccola ed il dispositivo veniva messo in opera in alberghi specificamente attrezzati (nei quali erano soliti soggiornare soggetti dell'intelligence nemica): infatti in questi alberghi le pareti che dividevano alcune stanze erano munite di aperture passanti da 30mm di diametro che si restringevano a cono all'estremità, lasciando solo un piccolo forellino difficilmente individuabile; in queste aperture veniva inserito il tubo del Beko II fino ad appoggiare l'estremità conica in coincidenza con la piccola apertura che si affaccia sulla stanza dell'ignaro occupante. Il sistema ottico copre un angolo di campo di ben 102° con un potere risolvente variabile da 105 l/mm sull'asse a 60 l/mm ai bordi estremi del cerchio di copertura da 24mm mentre l'illuminazione, grazie al percorso telecentrico, ai bordi estremi garantisce ancora il 55% del flusso assiale, un valore eccellente per un semiangolo di campo superiore a 50°. Ecco lo schema ottico del Beko II.


 

Va anche annotato che esisteva un dispositivo, denominato Beko, che era simile al Beko II ma utilizzava un tubo decisamente più corto, destinato a riprese attraverso pareti più sottili, il cui schema ottico adottava solamente il modulo anteriore ma faceva a meno del sistema relay; la foto seguente illustra un Beko basato su fotocamera Exa Ic con oculari ed anche un modulo aggiuntivo per videosorveglianza.


 

Ecco invece un'immagine del Beko II munito di Carl Zeiss Jena Justier Optik JO-1; solitamente la fotocamera consentiva tempi di posa da a partire da 30", per compensare la ridotta apertura f/14.

 

 

E' curioso annotare che report non autorizzati sottolineavano come questi "fori di servizio" venissero ricavati molto spesso nelle pareti accanto ai letti: forse le nostre spie, più che informazioni segrete, cercavano qualcosa di pruriginoso con cui distrarsi dalla routine?

Valichiamo idealmente la Cortina (a quei tempi presente) e torniamo alla Carl Zeiss di Oberkochen per analizzare alcuni obiettivi molto interessanti prodotti da tale Azienda; il primo soggetto è un'insolita variante del noto ed apprezzato Zeiss S-Planar 120mm f/5,6 destinato al formato 6x6cm (Hasselblad serie 500 e Rollei SL66) e specificamente ottimizzato per le riprese a distanza ravvicinata e le riproduzioni.

La versione più nota è sicuramente quella in montatura "C" per Hasselblad, con otturatore centrale incorporato e duplice finitura, satinata cromo oppure anodizzata nera, con o senza antiriflessi a strati multipli T*, a seconda del periodo di produzione (compreso fra il 1968 ed il 1982); pochi sanno però che la Zeiss ha realizzato le tre versioni di ottiche macro destinate al formato 6x6cm (S-Planar 120mm f/5,6, S-Planar 135mm f/5,6 bellows e Makro-Planar 120mm f/4) anche in montatura semplice, priva di otturatore, destinata a reprocamere e caratterizzata dall'attacco filettato M46x1mm, tipico per questo genere di apparecchi; inoltre, forse su richiesta di qualche costruttore di apparecchi tecnici, ha fornito l'S-Planar 120mm f/5,6 anche in una configurazione analoga a quella dei classici obiettivi da banco ottico, con otturatore Synchro-Compur #0 e noccioli ottici avvitati alle due estremità, rimuovibili per il montaggio su piastra; sono noti anche alcuni, rarissimi esemplari del successivo Makro-Planar 120mm f/4 T* assemblati allo stesso modo nel 1989-90, utilizzando però un otturatore Copal #0 (tutto nero come le versioni "custom" per Nikon) anzichè un Deckel, soluzione insolita in casa Zeiss.

 

 

Le due insolite varianti appena descritte: il nocciolo ottico è identico a quello degli S-Planar convenzionali per Hasselblad e Rollei ma la montatura è sostanzialmente modificata; a sinistra una versione con otturatore Synchro-Compur MXV #0, destinata alla piastra di apparecchi tecnici come le Linhof, a destra la montatura semplice con filetto M46x1 che, tramite una piastra intermedia (qui non illustrata), veniva applicata a reprocamere; entrambi gli obiettivi sono stati prodotti prima e dopo il 1972, quindi esistono esemplari privi di antiriflessi multiplo T* ed altri, come quelli illustrati, che ne sono equipaggiati. Incidentalmente, quest'otturatore centrale della Deckel di Monaco di Baviera è molto simile a quello presente all'interno delle ottiche Zeiss Hasselblad tipo "C" ed ovviamente è stato adottato dalla Zeiss perchè lo Stiftung controllava direttamente tale azienda grazie alla sua partecipazione azionaria.

 

 

Lo Zeiss S-Planar 120mm f/5,6 T* in M46x1mm accanto ad un classico Zeiss Hasselblad Makro-Planar 120mm f/4 CF T*: la maggiore compattezza del primo, con una montatura fasciata di misura attorno al nocciolo di lenti, è molto evidente.

 

 

L'obiettivo in montatura M46x1mm presenta la classica sagoma "a vite di vespa" tipica degli obiettivi da banco applicati ad otturatore centrale; notate la scala dei diaframmi scalata da f/5,6 ad f/32, come nel modello Hasselblad convenzionale, e le diciture sulla ghiera frontale, anch'esse identiche a quelle riportate sull'ottica destinata alla celebre fotocamera svedese; il nocciolo ottico non presenta variazioni ma il diaframma, anzichè lo spartano iride a 5 lamelle tipico dell'otturatore Synchro-Compur, presenta una struttura ad 11 lamelle, decisamente più arrotondata.

E' difficile definire quanti siano gli esemplari prodotti in questa montatura perchè le relative matricole corrispondono alla normale produzione Hasselblad, quindi si tratta di gruppi ottici destinati alla montatura "C" e poi dirottati verso questa speciale configurazione; statisticamente, quasi tutti gli esemplari dotati di T*  rientrano in un lotto di matricole simili a quella dell'obiettivo illustrato, (ad esempio, 6.130.072 e 6.130.155), mentre le versioni prive di T* sono solitamente raggruppate in lotti di matricole nell'ordine di 5.150.000, 5.720.000 oppure 5.792.000; nel primo caso sono noti due esemplari con seriali 5.150.124 e 5.150.350.

Incidentalmente, le matricole degli esemplari T* a me noti rientrano in tre lotti di obiettivi S-Planar (317 pezzi da 6.129.735 a 6.130.052 + 80 pezzi da 6.130.053 a 6.130.132 + 102 pezzi da 6.130.133 a 6.130.234) che risultano ufficialmente prodotti nel 1978 in montatura Hasselblad tipo "C": da questi dati ufficiali non è possibile inferire se i noccioli ottici poi applicati alla montatura speciale M46x1mm siano stati prelevati "a macchia di leopardo", confezionando pochissimi esemplari, oppure se interi lotti (come ad esempio il secondo ed il terzo, in cui rientrano le due matricole note delle versioni M46x1mm con T*) siano stati in realtà destinati interamente alla versione per reprocamera; in ogni caso la produzione risulta decisamente contenuta, nell'ambito dei 200 esemplari per il modello con antiriflessi multipli. Anche le matricole delle versioni più datate, prive di T*, rientrano in lotti di obiettivi ufficialmente prodotti in montatura Hasselblad C, quindi un censimento esatto di queste ottiche risulta impossibile.

 

 

La montatura risulta molto semplice ed i diaframmi sono a regolazione continua, senza scatti sui valori interi o intermedi; il nocciolo di lenti anteriore è svitabile, consentendo l'accesso al diaframma e la pulizia delle superfici ottiche interne, mentre quello posteriore è fisso: infatti, avendo un diametro massimo inferiore a quello della filettatura per il montaggio, non è necessario rimuoverlo per applicare l'obiettivo sulla sua piastra.

 

 

La presenza di antiriflessi multipli appare evidente in questa immagine.

 

 

 

Ritengo l'S-Planar 120mm f/5,6 un obiettivo ancora estremamente attuale perchè, analogamente al rarissimo e famoso S-Planar 50mm f/4 per Contarex, è stato ottimizzato per le coniugate brevi senza alcun compromesso; infatti, questo schema doppio Gauss quasi simmetrico a 6 lenti in 4 gruppi, tipico degli obiettivi da riproduzione ad alta risolvenza, è stato specificamente regolato per fornire la massima planeità di campo, correzione dell'astigmatismo, contrasto e potere risolutivo al rapporto di riproduzione di 1:5, cui corrisponde, all'incirca un campo inquadrato (o proiettato, ribaltando l'equazione) di 30x30cm; allo stesso modo, anche l'S-Planar 50mm f/4 per Contarex, realizzato in appena 400 esemplari, era ottimizzato per un rapporto di riproduzione di circa 1:10; la scelta di spostare lo "sweet spot" di questi obiettivi in modo sbilanciato verso le coniugate brevi, adottando schemi così sensibili alla minima variazione di tiraggio meccanico, ha comportato una visibile scadimento all'infinito, inteso come curvatura di campo ed astigmatismo periferici, al punto che per l'S-Planar 120mm f/5,6 dev'essere addirittura sconsigliato l'impiego a tali distanze, se si desidera una resa apprezzabile ed uniforme, mentre per l'S-Planar 50mm f/4, addirittura, l'elicoide di messa a fuoco preclude fisicamente la regolazione di infinito!

Viceversa, le altre versioni macro per medio formato, l'S-Planar (poi Makro-planar T*) 135mm f/5,6 bellows ed il Makro-Planar 120mm f/4 T*, per ottenere una resa ai bordi accettabile anche ad infinito, furono ottimizzati per una scala di riproduzione intermedia, penalizzando quindi il rendimento alle distanze minime; pertanto, a tutt'oggi, l'S-Planar 120mm f/5,6 risulta insuperato alle coniugate ridotte, come ribadito dall'esperienza dei professionisti e confermato anche dai diagrammi MTF ufficiali misurati ad 1:5.

 

 

I diaframmi ufficiali Zeiss misurati al rapporto di riproduzione di 1:5 mostrano che l'S-Planar 120mm f/5,6 presenta una distorsione inferiore a quella degli altri modelli (circa 0,1%, praticamente metrica, contro 0,4 - 0,5%), un microcontrasto visibilmente superiore (curva più alta, relativa ai 10 cicli/mm) ed anche una definizione superiore dei dettagli (curva più bassa, riferita a 40 cicli/mm), il tutto nonostante sia stato chiuso di un solo f/stop (da f/5,6 ad f/8) contro i due stop degli altri modelli (da f/4 ad f/8 il 120mm f/4 e da f/5,6 ad f/11 il 135mm f/5,6).

I valori dell'S-Planar 120mm f/5,6 ad f/8 sono così alti (considerando la coniugata breve, che porta sempre un fisiologico abbassamento delle curve) da competere con quelli di un buon obiettivo da ingrandimento a 6 lenti per lo stesso formato ed utilizzato ad un rapporto di ingrandimento analogo (5x); conscio di questo dettaglio, molti anni fa feci realizzare un raccordo artigianale per applicare questo speciale S-Planar per reprocamera ai convenzionali ingranditori fotografici, il che mi consentiva di stampare alle stesse coniugate (1:5 = 5x = stampa 30x30cm da formato 6x6cm) i miei negativi Hasselblad con ottimi risultati e la soddisfazione feticistica di una catena cinematica Zeiss al 100%.

Un altro obiettivo speciale e davvero insolito uscito dalle officine di Oberkochen è lo Zeiss S-Planar 25mm f/1,6 4050A°.

 

 

Quest'obiettivo costituiva il fulcro di speciali apparecchiature per micro-litografia ad altissima risoluzione che, con procedura step and repeat diretto su wafer di silicio, consentivano di creare le maschere dei microchips; tali ottiche, se vogliamo, possono quindi essere considerate come il fondamento di tutta la tecnologia moderna, dal momento che la micro-elettronica applicata gestisce ormai ogni aspetto e manifestazione della nostra vita.

L'S-Planar 25mm f/1,6 - nonostante un costo di acquisto spropositato - era assemblato in un barilotto di alluminio anodizzato semplice e spoglio; non è presente alcun dispositivo di fuoco (delegato ad una specie di microscopio integrato nell'apparecchio, con precisione critica superiore ad 1 micron) e nemmeno una ghiera del diaframma, dal momento che queste ottiche, per ottenere la massima risolvenza, devono evitare la diffrazione e lavorare al diaframma più aperto possibile, in questo caso f/1,6 fisso; inoltre, siccome la risoluzione massima teorica è influenzata anche dalla lunghezza d'onda della luce utilizzata, col progredire della tecnologia si è reso necessario produrre microchips di dimensioni talmente ridotte e con piste così miniaturizzate da chiamare in causa un potere risolutivo incompatibile con le lunghezze d'onda della luce visibile; si è quindi iniziato a studiare ed ottimizzare obiettivi che utilizzassero luce a lunghezza d'onda sempre più corta, arrivando nei modelli più moderni e complessi ad utilizzare l'ultravioletto a meno di 2000A°, il che comporta complicazioni inimmaginabili (lenti in quarzo, spazi a vuoto spinto o riempiti di elio, etc.).

L'-S-Planar 25mm f/1,6 è stato prodotto dal 1974 al 1980, quindi non appartiene ancora a questa generazione di obiettivi estremi, assemblati anche con 30 e più lenti in quarzo e fluoruri e dal prezzo nell'ordine delle centinaia di migliaia di Euro cadauno, tuttavia è molto interessante perchè, in questa corsa alla risoluzione teorica estrema, rappresenta uno dei primi casi in cui si stava abbandonando la luce visibile per sfruttare l'ultravioletto; in particolare, quest'obiettivo era fornito in tre differenti versioni, caratterizzati dai codici interni di produzione 10 77 37, 10 77 38 e 10 77 39: il primo era ottimizzato per una lunghezza d'onda di 4800A° (F' line, blue cadmium line), il secondo per 4360A° (g line, blue mercury line) ed il terzo, quello più estremo ed identico al modello illustrato, lavorava a 4050A° (h line, violet mercury line), cioè già in luce utravioletta, non visibile ad occhio nudo.

La combinazione dell'apertura f/1,6 con uno speciale schema ottico "diffraction limited", praticamente perfetto, e queste lunghezze d'onda di lavoro comportavano una risolvenza massima teorica, rispettivamente, di circa 1.300, circa 1.430 e circa 1.540 linee/mm, valori mozzafiato e quasi incredibili.

L'obiettivo in questione era ottimizzato per una riduzione 1:10, pertanto focheggiava una maschera col modello finale del microchip 10 volte più grande rispetto alle dimensioni reali  e prodotta con un potere risolvente di 150 l/mm, proiettandola sul wafer di silicio con una riduzione di 10 volte ed un potere risolvente, necessario a mantenere tutti i dettagli dello schema, superiore a 1.500 l/mm.

Quest'obiettivo era stato progettato dalla Zeiss di Oberkochen per la ditta tedesca fondata da Felix Mann, che fu uno dei pionieri nella progettazione di macchine per micro-litografia da microchips col metodo "step and repeat"; tale ottica, ed altre analoghe, sempre realizzate da Zeiss, andarono ad equipaggiare modelli ideati da Felix Mann e prodotti dalla GCA Corporation - Burlington Division - di Burlington, Massachussets (U.S.A.), come ad esempio gli stepper GCA - Mann 3600 e GCA Mann 4800; ecco alcune informazioni su questi insoliti e costosi apparecchi.

 

Advertising pubblicitario di metà anni '70 per l'apparecchio GCA Mann 3600; al suo interno, sopra la base per il wafer di silicio, era presente uno Zeiss S-Planar 25mm f/1,6 come quello illustrato in precedenza.

 

 

Una brochure illustrativa del modello successivo, più performante, denominato GCA Mann 4800.

 

 

Naturalmente, trattandosi di apparecchi sviluppati nella prima metà degli anni '70, erano serviti da hardware e software informatici che oggi possono far sorridere... Questa immagine, relativa ad un soft di aggiornamento per la GCA Mann 3600 realizzato dallo studio H&L Associates, mostra una schermata in funzione pattern generator, in cui il tecnico, in pratica disegnava le tracce del microchip che l'apparecchio avrebbe riportato sul wafer di silicio.

 

 

Se non bastasse l'impressionante potere risolutivo da 1.500 l/mm, questo specifico esemplare risulta ulteriormente appetibile per le sue speciali incisioni: innanzitutto, in luogo della classica dicitura Carl Zeiss S-Planar, troviamo la denominazione Oberkochen Opton S-Pl, tipica degli obiettivi che dovevano essere esportati, esibiti o commercializzati in alcuni paesi del patto di Varsavia nei quali la sentenza dei tribunali aveva concesso alla Carl Zeiss Jena l'utilizzo dei brand names correlati; inoltre, la matricola è atipica (gli S-Planar 25mm f/1,6 sono stati prodotti nell'intervallo 5.767.646 - 6.371.184; un ulteriore, enorme lotto da 1.750 numeri fu assegnato ma non ebbe seguito) e si riferisce alla classica matricola prototipica Zeiss: infatti, vennero assemblati due esemplari di pre-serie da mostra, con la normale denominazione Carl Zeiss S-Planar e matricole 2.589.535 - 2.589.536, e due esemplari analoghi, destinati ad esposizioni oltre Cortina, caratterizzati dalla scritta Oberkochen Opton S-Pl e dalle matricola 2.592.427 e 2.593.428; l'esemplare illustrato è uno di questi ultimi.

Naturalmente si tratta di obiettivi che nulla hanno a che vedere con la fotografia tout court, tuttavia sono molto interessanti sia per gli elevatissimi contenuti tecnici sia per l'essenziale contributo che hanno fornito all'intero genere umano, ai quali deve il livello tecnologico ed il tenore di vita stesso che caratterizza l'età moderna. Utilizzarlo in modo convenzionale è impossibile anche per via del suo ridotto tiraggio posteriore, tuttavia, invertendolo, si otterrebbe un'ottica super-macro da 10x di ingrandimento e risoluzione spaventosa; naturalmente la ridottissima profondità di campo concessa dall'apertura fissa f/1,6 renderebbe praticamente obbligatorio il ricorso alla tecnica di stacking multishot, utilizzando un piano traslatore di estrema precisione che consenta di apprezzare variazioni di fuoco davvero minime, nell'ordine dei micron...

Per quanto concerne la produzione, risulterebbero effettivamente assemblati 175 esemplari per 4800A°, 250 pezzi per 4360A° ed altri 217 obiettivi per 4050A° (più quattro prototipi). Un enorme lotto di matricole (ben 1.750 numeri) venne assegnato anni dopo per il modello intermedio da 4360A° ma non esiste alcuna evidenza che tali obiettivi siano stati realmente prodotti, come talvolta avviene con le numerazioni della Zeiss di Oberkochen.

Un altro obiettivo appartenente a questa serie che sono riuscito a recuperare è l'S-Planar 95mm f/2,1 M 1:5 nA= 0,20 4360 A°; anch'esso era destinato a steppers per la produzione di microcircuiti e, contrariamente a quanto avveniva col 25mm f/1,6 appena descritto, il formato d'immagine utile era molto superiore.

 

 

Infatti, questo voluminoso obiettivo (163mm di lunghezza, 98,4mm di diametro alla flangia, 2.048g di peso), inquadrava una maschera per microchip da circa 125x125mm, riducendola con un fattore 1:5 fino al formato finale di 25x25mm che, parlando di microcircuiti, è già piuttosto rilevante; l'obiettivo lavorava in luce monocromatica con lunghezza d'onda al limite fra visibile ed ultravioletto (4360 A°) e, grazie all'apertura di lavoro f/2,1, la sua risolvenza teorica sarebbe prossima alle 1.100 linee al millimetro, poi ridotte ad oltre 600 dalle condizioni di lavoro a coniugate ridotte: si tratta comunque sempre di una risolvenza molto elevata, considerando l'ampia coniugata immagine disponibile.

 

L'obiettivo, calcolato fra il 1976 ed il Febbraio 1977, era anch'esso destinato ad apparati GCA-Mann e la produzione complessiva risulta essere di 388 esemplari, compresi fra le matricole 6.177.660 e 6.622.208; la flangia visibile nella foto presenta una filettatura che consentiva di avvitare l'obiettivo ad un cannotto metallico ausiliario, a sua volta fissato all'apparato di fotoincisione; notate il classico antiriflessi giallastro solitamente presente in obiettivi destinati a lavorare con lunghezze d'onda molto corte.

 

Le dimensioni di questo S-Planar 95mm f/2,1, uno dei modelli di maggiore lunghezza focale della serie, sono importanti; in quest'immagine l'obiettivo è abbinato in esatta scala ad un'ottica convenzionale di analoga focale e luminosità (un Leitz Canada Summicron-R 90mm f/2), allo Zeiss S-Planar 25mm f/1,6 4050 A° e ad un classico Zeiss Planar Contax 50mm f/1,4: il confronto rende l'idea dei suoi ingombri. Notate i sottilissimi foglietti di alluminio applicati nella battuta della flangia e probabilmente usati per calibrare micrometricamente la posizione di fuoco, estremamente critica.

Solitamente risulta impossibile impiegare queste speciali ottiche per riprese fotografiche convenzionali, anche "artistiche", perchè il ridotto tiraggio, l'assenza di messa a fuoco e diaframmi, l'ottimizzazione in luce monocromatica violetta/ultravioletta e - soprattutto - la piccolissima coniugata coperta costituiscono ostacoli insormontabili; nel caso dell'S-Planar 95mm f/2,1, l'obiettivo focalizza un campo da circa 10x15cm e lo riduce 5 volte, proiettando un'immagine da 25x25mm a circa 20mm di distanza dalla lente posteriore: appoggiando la baionetta di una mirrorless Canon EOS M con sensore APS-C da 18 megapixel direttamente alla montatura dell'obiettivo sono riuscito ad ottenere immagini a fuoco, muovendo tutto il complesso, coprendo perfettamente il formato, sebbene l'impiego di luce bianca a spettro visibile completo abbia prodotto vistosi fringings (l'ottica, come già detto, è ottimizzata in luce monocromatica alla soglia dell'ultravioletto).

Voglio sottolineare che la Zeiss è stata molto attiva nel settore delle ottiche speciali per uso industriale e, sebbene ciascun tipo sia stato prodotto in tiratura molto limitata, anche solo 3 esemplari,  la sequenza dei vari modelli è molto più ampia di quanto si possa immaginare; ecco un elenco sicuramente incompleto dei vari modelli prodotti fino al 2000, ovvero quelli che è più facile censire: S-Planar 45mm f/1, S-Planar 38mm f/1,1, S-Planar 42mm f/1,1, S-Planar 68mm f/1,1, S-Planar 38mm f/1,2, S-Planar 42mm f/1,2, S-Planar 46mm f/1,2, S-Planar 60mm f/1,3, S-Planar 65mm f/1,3, S-Planar 37mm f/1,4, S-Planar 41mm f/1,4, S-Planar 75mm f/1,4, S-Planar 69mm f/1,5, S-Planar 125mm f/1,5, S-Planar 14mm f/1,6, S-Planar 25mm f/1,6, S-Planar 31mm f/1,6, S-Planar 50mm f/1,6, S-Planar 40mm f/1,7, S-Planar 0,1mm f/2, S-Planar 210mm f/2, S-Planar 95mm f/2,1, S-Planar 100mm f/2,8, S-Planar 14mm f/3,3, S-Planar 48mm f/3,9, S-Planar 32mm f/4, S-Planar 60mm f/4, S-Planar 74mm f/4, S-Planar 135mm f/4, S-Planar 195mm f/4, S-Orthoplanar 50mm f/4, S-Orthoplanar 60mm f/4, S-Planar 0,4mm f/5, S-Planar 0,42mm f/5, S-Planar 0,43mm f/5, S-Planar 0,48mm f/5, S-Planar 32mm f/5,6, S-Orthoplanar 105mm f/5,6 ed S-Planar 60mm f/8: davvero una serie molto nutrita e diversificata, dalle ottiche per microfilm (S-Planar ed Orthoplanar 50mm f/4, 60mm f/4 e 105mm f/5,6) a quelle per laser medicali (le focali cortissime) a quelle per microlitografia destinate all'industria dei microcircuiti; proprio i modelli maggiori di questa categoria, alla quale appartengono anche gli S-Planar 25mm f/1,6 ed S-Planar 95mm f/2,1 appena discussi, raggiungevano prezzi impressionanti, anche 500.000 DM ! 

Gli schemi ottici di questi obiettivi speciali per micro-circuiti vengono solitamente tenuti riservati dalle case, con l'intento di non fornire incentivi alla concorrenza in settori dove gli interessi economici sono rilevanti; in questo caso sono in grado di fornire lo schema dell'S-Planar 25mm f/1,6 appena descritto ed anche di una versione superiore, l'S-Planar 50mm f/1,6 che, a parità di apertura NA=0,28, lunghezze d'onda di lavoro e potere risolvente, consentiva di impressionare una coniugata dal diametro di 14,5mm anzichè 8mm.

 

 

La versione S-Planar 50mm f/1,6 4360A° è stata prodotta a partire dal 1974 in 1.196 esemplari e presenta dimensioni decisamente maggiori rispetto al 25mm f/1,6: il diametro del cannotto è di 81mm nella parte anteriore ed 85,45mm nel punto più largo, ha uno sbalzo di 146,5mm dalla battuta della montatura (160mm tutto compreso), presenta un attacco filettato M 76x1 e pesa esattamente 1.599g.

 

Lo scarno e massiccio barilotto dello Zeiss S-Planar 50mm f/1,6 4360 A°; le diciture, incise e laccate sul perimetro esterno del cannotto, riportano il marchio Carl Zeiss, il numero di matricola e la denominazione S-Planar 1:1,6 f = 50mm, mentre il riferimento alla lunghezza d'onda di lavoro, in colore arancio acceso, è sull'anello di serraggio coassiale alla lente anteriore.

 

Dettaglio ravvicinato della parte anteriore.

 

I due Zeiss S-Planar 50mm f/1,6 e 25mm f/1,6 in scala reale: la differenza nelle dimensioni è molto rilevante, a partire dall'attacco filettato (M 76x1 ed M 39x1, rispettivamente), il tutto per aumentare semplicemente
il cerchio d'immagine utile per il microchip da 8mm a 14,5mm mantenendo una risoluzione analoga.

 

Immagine d'insieme che raggruppa due esemplari di S-Planar 95mm f/2,1 4360 A° (quello centrale appartenente all'ultimo batch di produzione), l'S-Planar 50mm f/1,6 4360 A°, l'S-Planar 25mm f/1,6 4050 A° ed il Nippon Kogaku Ultra-Micro-Nikkor 55mm f/2 5460 A°, anch'esso destinato a primitivi apparecchi per la produzione di microchips; quest'ultimo utilizza una frequenza monobanda più lunga e posizionata all'interno del visibile (giallo-verde) e la sua risolvenza risulta inferiore - si fa per dire - a quella degli Zeiss: circa 550-600 l/mm.

 

Questo trafiletto, estratto da Zeiss Inform n° 85 (1977) è stato scritto da Erhard Glatzel e fa riferimento ai due obiettivi S-Planar 25mm f/1,6 e 50mm f/1,6 appena descritti ed ai relativi schemi ottici.

 

Questa grafica illustra meglio lo schema dell'S-Planar 50mm f/1,6 4360 A° ed i relativi light bundles; l'ultimo elemento convergente funziona secondo il principio di Luboshez, concentrando i fasci su una coniugata più piccola ed aumentando la luminosità relativa; il fascio di uscita è assolutamente telecentrico, grazie alle ridotte dimensioni del cerchio immagine rispetto al diametro dell'ultima lente. In buona sostanza si potrebbe quasi considerare quest'ottica come un obiettivo da microscopio 10x montato invertito ed ampiamente ingrandito in scala rispetto alle dimensioni convenzionali.

Come potete notare si tratta di schemi asimmetrici, più vantaggiosi quando il rapporto di riproduzione non è unitario (in questo caso si prevede una riduzione di 10x); le lenti vengono sdoppiante e l'obiettivo tende ad essere composto da moduli multipli, secondo la denominazione "bulge lenses", adottando schemi che in gergo vengono detti "relaxed lenses", con elementi frontali divergenti (cosa insolita con ottiche così luminose) e forze distribuite su molti componenti; schemi di concetto analogo sono stati utilizzati nelle ottiche grandangolari superluminose Zeiss per il cinema, seppure con differenti scelte di vetri per le mutate esigenze di banda spettrale; proprio quest'ultima, e la rincorsa a lunghezze d'onda sempre più brevi al fine di ottenere una risoluzione elevatissima, ha guidato l'evoluzione degli S-Planar di questa categoria, come dimostrano i seguenti schemi.

 

 

Possiamo osservare come si sia divenuto via via più complesso lo schema di questi S-Planar passando semplicemente da una lunghezza d'onda di 4,360 A° (alla soglia del visibile) a quella di 3.650 A°, nell'ultravioletto: una variazione spettrale apparentemente ridotta che ha comportato, invece, l'adozione di schemi molto complessi, dei "bulge lenses" composti praticamente da due moduli assimilabili ad un "tandem" di obiettivi montati l'uno invertito rispetto all'altro; la ragione di questa complessità sta nel fatto che, avvicinandosi a lunghezze d'onda sempre più brevi, i vetri ottici moderni ad alta rifrazione e bassa dispersione, ricchi di ossidi delle Terre Rare, non sono più in grado di trasmettere tali frequenze, obbligando i progettisti ad utilizzare vetri di concezione più tradizionale e con caratteristiche rifrattive/dispersive meno spinte; tutto questo ha imposto di moltiplicare il numero delle lenti per supplire alle carenze appena descritte. 

Un altro pezzo estremamente interessante e raro uscito dalle prestigiose officine Zeiss di Oberkochen è lo Zeiss UV-Planar 60mm f/4, un obiettivo progettato nel 1965 e brevettato nel 1966 che, grazie ai particolari materiali utilizzati nella confezione delle sue lenti, risulta trasparente agli ultravioletti a partire da una lunghezza d'onda di 320nm, con una percentuale di luce trasmessa a 350nm praticamente uguale a quella garantita in luce visibile (che, ricordiamolo, esordisce a circa 430nm di lunghezza d'onda); le fotografie di questo affascinante ed introvabile obiettivo mi sono state gentilmente fornite dal fraterno amico Dr. Klaus Schmitt di Weinheim, Germania, che ringrazio di cuore per la gentilezza; il Dr. Schmitt è una delle massime autorità in materia di fotografia multispettrale e ripresa nella banda UV e gestisce un interessantissimo blog dove condivide i suoi affascinanti esperimenti, accessibile al link

http://photographyoftheinvisibleworld.blogspot.com/ 

 

 

Lo Zeiss UV-Planar 60mm f/4 presenta una montatura semplice, simile a quella di un'ottica da ingrandimento e priva di ghiera di messa  a fuoco; l'attacco è un filetto LTM 39x1/26" e l'unico controllo disponibile è la ghiera dei diaframmi, scalata da f/4 ad f/22 ed asservita ad una semplice iride a 5 lamelle; l'UV-Planar, codice di produzione 10 42 00, copre un angolo di campo di circa 45° sul classico Schwaerzungsfeld da 32x45mm su pellicola 35mm non perforata ed è ottimizzato ad un rapporto di riproduzione di 1:10, con un range utile compreso fra 1:8 ed 1:12.

Dal punto di vista ottico, lo Zeiss UV Planar 60mm f/4 si basa su uno schema Gauss asimmetrico a 5 lenti in 4 gruppi che, per garantire l'adeguata trasparenza nella banda ultravioletta fino a 320nm, sono state prodotte utilizzando materiali speciali.

 

 

L'intestazione del relativo brevetto, rilasciato nel Marzo 1966.

 

 

Lo schema Gauss Asimmetrico a 5 lenti in 4 gruppi dell'UV-Planar 60mm f/4; sembra che, nel 1961-62 fosse stato calcolato un modello Gauss a 6 lenti, poi sostituito da questa versione definitiva, tuttavia non ho trovato evidenze per confermarlo.

 

 

I parametri completi di progetto dell'UV-Planar ci fanno comprendere la ragione della sua trasparenza allo spettro UV fino a 320nm; infatti,  i valori rifrattivi/dispersivi delle lenti riconducono a materiali particolarmente idonei a questo scopo: la prima lente è realizzata in fluoruro di litio, la quarta e la quinta in fluoruro di calcio, la terza in vetro Fluor Crown Schott FK-3 a base di fluoruri con bassa dispersione e la seconda, per equilibrare il sistema, in vetro Flint Schott F1 a dispersione medio-alta. I tre elementi in fluorite consentono il passaggio degli UV a lunghezze d'onda ben più corte rispetto ai 320nm nominali, ed anche il vetro FK-3, pur non arrivando ai limiti della fluorite di litio e calcio, si spinge oltre questa soglia; in pratica, il "taglia-banda" del sistema è il vetro Flint tipo Schott F1 utilizzato nel secondo elemento anteriore, che inizia a trasmettere in modo apprezzabile attorno ai 320nm e garantisce un flusso luminoso del 90% a 350nm, dove gli altri elementi dello schema ottico sono già a picchi ottimali; il vetro F1 non contiene ossidi delle Terre Rare che, con la loro colorazione calda, alzano bruscamente la soglia delle frequenze luminose sfruttabili, e garantisce quindi la necessaria copertura verso lo spettro ultravioletto, seppure più limitata rispetto ai materiali ai fluoruri delle rimanenti lenti dello schema; notate la dispersione eccezionalmente bassa garantita dagli elementi in fluorite, come confermato dal numero di Abbe Vd = 95,2 del fluoruro di calcio e, addirittura dal valore Vd =  99,27 del fluoruro di litio.

Come accennato, lo Zeiss Oberkochen UV-Planar 60mm f/4 è un obiettivo molto raro, prodotto in quantità esigue: subito dopo la sua progettazione vennero realizzati alcuni esemplari con la classica matricola prototipica Zeiss 2.5xx.xxx: specificamente, 2 esemplari con matricola 2.583.219 - 2.583.220 seguiti da una ventina di pezzi compresi fra le matricole 2.587.001 e 2.587.020 (sono documentati due esemplari: 2.587.004, quello illustrato, e 2.584.017). A questi UV-Planar di preserie fecero seguito altri 10 pezzi prodotti intorno al 1977 (matricole 5.917.199 - 5.917.208) e 20 obiettivi realizzati intorno al 1987 (matricole 6.720.393 - 6.720.412), per una produzione complessiva di poco più di 50 pezzi.

Restando nella gamma degli obiettivi speciali in tiratura limitatissima costruiti dalla Zeiss di Oberkochen, il modello seguente è davvero inconsueto: si tratta dello Zeiss S-Distagon 27-32mm f/1,5 T*, un'ottica che a prima vista lascia perplessi perchè risulta difficile immaginare quale sia la sua reale destinazione d'uso.

Anche in questo caso le fotografie sono state gentilmente condivise dal mio caro amico Dr. Klaus Schmitt di Weinheim (Germania), grandissimo esperto di obiettivi per impieghi speciali, che ringrazio nuovamente per la concessione.

 

 

Lo Zeiss S-Distagon 27-32mm f/1,5 T* è assemblato all'interno di un barilotto privo di ghiera del diaframma ed elicoidi tradizionali per la messa a fuoco e, fin dalla prima occhiata, appare evidente che si tratta di un obiettivo realizzato per impieghi molto particolari: infatti questo modello costituiva il relay-lens in un apparecchio foto-restitutore che riproduceva le pellicole cinematografiche riversandole su nastro magnetico, riprendendo (su una specie di moviola) la pellicola in movimento e focalizzando l'immagine su un tubo video dal cui segnale era realizzato il master (probabilmente, visto il periodo di produzione, destinato a videocassette di standard VHS). L'ampia apertura massima f/1,5 era verosimilmente necessaria per ottenere tempi di posa molto rapidi ed acquisire i numerosi fotogrammi nel minor tempo possibile mentre la ridotta escursione focale (da 27mm a 32mm), a mio avviso, era sfruttabile solamente ai due estremi, selezionando così in modo rapido due differenti formati di pellicola da riprodurre.

 

 

Infatti, nella parte anteriore dello spartano barilotto, è presente una ghiera che consente di selezionare due posizioni con la denominazione "35" e "C", probabilmente ai due estremi dell'escursione consentita; la lente anteriore praticamente piatta e l'architettura tipo Distagon, che consente un ampio spazio retrofocale a parità di luminosità, indica la ricerca di una costruzione il più possibile telecentrica, come richiesto dal tubo video di acquisizione finale. Quest'obiettivo, progettato nel 1980, venne prodotto alla spicciolata, fino al 1992, in piccoli lotti compresi fra le matricole 6.423.255 e 7.301.355, per un totale di appena 440 esemplari.

Come ultima tappa di questa passeggiata ho tenuto un pezzo che costituisce ad un tempo un obiettivo di qualità ottica/meccanica eccezionale ed un simbolo/feticcio/icona della qualità Zeiss e, per estensione, del più solido Made in Germany: si tratta del celebre Carl Zeiss Mirotar 500mm f/4,5, un superteleobiettivo catadiottrico (basato sull'utilizzo di specchi) di grande luminosità che, fin dalla presentazione, è stato un ricettacolo d'iperboli: inarrivabile la qualità ottica, perfetta e solidissima la meccanica, imbarazzante l'ingombro ed il peso, insostenibile il prezzo...

E' curioso notare come, cercando online, siano presenti un'infinità di articoli, riferimenti e recensioni degli Zeiss Mirotar dell'epoca d'oro (500mm f/4,5 e 1000mm f/5,6) e come tutti, discriminando le reali informazioni utili dagli orpelli retorici e dalla continua riproposizione delle laconiche schede ufficiali, non contengano in realtà alcun dato inedito e concreto; cerchiamo dunque di rimediare a questa lacuna.

Il Mirotar è un obiettivo estremamente affascinante non soltanto in quanto summa di assoluti ma anche per gli intriganti retroscena umani che stanno dietro la sua concezione e che, finora, non sono mai stati puntualizzati; andiamo con ordine.

Il progetto Mirotar, calcolato direttamente come 500mm e successivamente sovradimensionato in scala a 1000mm, venne realizzato nel corso del 1960 da Helmut Knutti e venne coadiuvato da Alfred Opitz, un suo collega poco noto al grande pubblico e specializzato in prismi e superfici argentate riflettenti; entrambi questi matematici si erano fatti le ossa negli anni '50 progettando diverse generazioni di binocoli Zeiss, quindi, sebbene poco conosciuti nel campo dell'ottica fotografica, erano due professionisti di grande esperienza.

Il Mirotar, a partire dal Settembre 1960, venne brevettato in Germania, Svizzera e Francia e stupisce in quanto clamorosa opera prima di un'Azienda che non aveva mai coltivato nel suo DNA la passione per gli obiettivi a specchio; in realtà - come vedremo - un progetto precedente della consorella Zeiss Jena aveva spianato la strada a questo grande progetto.

Venendo alla figura di Helmut Knutti, pochi sanno che, sempre nel 1960, calcolò per la Zeiss di Oberkochen un altro obiettivo da 500mm di concezione radicalmente differente: si trattava di un obiettivo convenzionale a rifrazione, in grado di coprire il formato 6x6cm e con apertura massima ridotta ad f/8 per supportare la strozzatura introdotta dal classico otturatore Synchro-Compur impiegato negli obiettivi Hasselblad serie "C": si tratta infatti dell'altrettanto famoso Zeiss Tele-Tessar 500mm f/8, prodotto dal 1961 al 1982 e che fu anche uno dei due obiettivi, assieme allo Zeiss Biogon 60mm f/5,6, ad essere portato effettivamente sulla superficie lunare, come confermato in modo inequivocabile dai rapporti tecnici delle missioni Apollo.

Mi ha molto affascinato ed anche un po' commosso realizzare che i due più famosi 500mm prodotti da Zeiss nell'epoca moderna, per quanto così dissimili concettualmente, siano figli dello stesso padre e, mettendoli l'uno accanto all'altro sullo stesso ripiano del mio soggiorno, con le due custodie a contatto, ho persino immaginato che Herr Knutti, dall'Aldilà, sorridesse compiaciuto; spero dunque che non sarà risentito se ho immaginato per lui il simpatico soprannome "the Zeiss 500mm man"...

Il 500mm f/4,5 Mirotar venne inizialmente prodotto in un lotto di 200 esemplari, compresi fra le matricole 3.513.210 e 3.513.409 ed assemblati nel 1963; quello stesso anno fu posto in vendita in montatura Contarex, il prestigioso sistema reflex 35mm della Zeiss Ikon Stuttgart che era sul mercato da fine anni '50.

 

 

L'obiettivo era contenuto in una borsa semi-rigida in pelle bovina nera rivestita in velluto rosso; il coperchio era equipaggiato di una doppia chiusura con possibilità di bloccaggio tramite chiave mentre la borsa era sostenuta da una lunga cinghia in cuoio nero, tenuta in posizione da quattro passanti borchiati sul fondo e sui lati della borsa stessa; la cinghia era sdoppiata in due segmenti, ciascuno dotato di fibbia cromata e fori all'estremità opposta e reciprocamente fissati per creare un singolo elemento regolabile.

La cinghia disponeva di un ampio spallaccio antiscivolo per distribuire meglio il peso, mentre all'interno della borsa erano presenti elementi sagomati e rivestiti con lo stesso velluto che tenevano in posizione il pesante obiettivo; sui lati maggiori dell'interno sono presenti quattro lacci dotati di automatico e concepiti per tenere in posizione i telai per i filtri di contrasto opzionali, dei quali uno era sempre in sede dentro l'obiettivo ed altri tre riposti in questo modo.

 

 

Il corpo del Mirotar è rifinito alternativamente in pelle e smalto nero lucido, con parti metalliche a vista piacevolmente ricavate dal pieno; nel complesso si ha subito la sensazione di un oggetto solidissimo, concepito senza tanti fronzoli e concessioni estetiche ma tutto votato alle esigenze funzionali; naturalmente si intuisce con altrettanta facilità l'eccellente qualità costruttiva.

 

 

Il tappo anteriore, unico nel suo genere, è di grandi dimensioni e fissato a baionetta, mentre il tappo posteriore, in metallo stampato ed anodizzato, è standard ed identico a quello che equipaggia gli altri obiettivi Contarex; nell'immagine si può notare che l'obiettivo, diversamente da altri catadiottrici, non focheggia modificando internamente la distanza fra gli specchi: la parte ottica è fissa e sigillata da una torretta porta- filtri, a garanzia di un montaggio di estrema precisione e della protezione degli specchi interni da polvere ed umidità, e la messa a fuoco avviene in modo convenzionale, grazie ad un grosso soffietto in pelle nera, dalla complessa foggia esagonale e strombato con sagomatura tronco-conica, che nella parte posteriore è fissato ad una standarta metallica laccata in nero e che focheggia grazie alla corsa di due guide rettilinee a cremagliera, annegate nella base di appoggio e comandate da due pomelli laterali di alluminio godronato, ricavati dal pieno.

 

 

Togliendo il tappo, viene esposto l'impressionante "monocolo" del Mirotar che, diversamente da altri catadiottrici, dispone di due menischi in vetro anteriori, col telaio dello specchio secondario fissato all'interno del secondo con tale maestria che sembra letteralmente fuso al vetro, senza alcuna traccia di collanti o disomogeneità. La ghiera anteriore riporta le denominazioni "Carl Zeiss  Mirotar  1:4,5  f = 500mm Nr3153xxx  Lens Made in Germany" con un orientamento fisso e costante per tutti gli esemplari; le lenti sono trattate antiriflesso ma ovviamente, trattandosi di obiettivi prodotti nel 1963, non si tratta del celebre T* a strati multipli.

 

 

La vista assiale anteriore ci fa capire la struttura della solidissima base di appoggio e mostra, ad ore 10, 2 e 6, la posizione dei pivot metallici che fungono da vincolo per la baionetta del tappo. Il suo disegno vagamente arcaico, con inquietanti richiami ancestrali, si sposa con la massima funzionalità e questa realizzazione può a buon diritto essere considerata un autentico oggetto di design...

 

 

...come non notare, infatti, le soprendenti analogie fra la vista anteriore del Mirotar 500mm ed il lettore per CD, con coperchio in plexiglass motorizzato ed illuminazione laterale, del famoso riproduttore hi-fi Bang & Olufsen Beosound Overture?

 

 

La vista laterale con apparecchio Contarex montato (nella fattispecie una Super Electronic) restituisce le reali proporzioni del Mirotar 500mm f/4,5: si tratta di un obiettivo da 151mm di diametro per 235mm di lunghezza (con soffietto completamente collassato) e 193mm di altezza - considerando anche la base e l'impugnatura - e l'impiego a mano libera, reso improponibile anche dal posizionamento dei pomelli di messa  a fuoco, è sicuramente off limits per via delle masse importanti in gioco: abbiamo infatti 4.610g di obiettivo nudo ai quali aggiungere 39g di slot laterale con filtro, 6g di tappo posteriore e ben 308g di tappo anteriore, per un totale di 4.963g: anche in questo caso, così come avverrà per gli zoom Contarex Vario-Sonnar, la Zeiss ha scelto la via della perfezione ottica e meccanica senza accettare alcun compromesso sul piano della facilità d'uso o della compattezza/brandeggiabilità: tutto è sacrificato alla qualità d'immagine, e l'utente deve rassegnarsi ad impiegare il Mirotar rigorosamente su un treppiedi di adeguata robustezza, finalizzando l'eccellente riproduzione consentita da quest'obiettivo con una messa in opera parimenti attenta e meticolosa.

 

 

Il soffietto di messa a fuoco consente un'escursione estremamente ampia, grazie alle lunghe guide a cremagliera annegate nel basamento, permettendo di focheggiare il Mirotar da infinito a 4m; ovviamente non è possibile visualizzare la corrispondente distanza su una scala di fuoco nè avvalersi di indicatori per la profondità di campo o per l'infrarosso; la struttura rimane molto rigida e priva di giochi meccanici anche a distanze minime grazie al sovradimensionamento dei pezzi degno di un autoblindo ed all'ampia porzione residua delle due guide rimasta all'interno della struttura.

 

 

Queste quattro inquadrature ci consentono di dettagliare meglio l'architettura del Mirotar, a partire dall'ampia e robustissima piastra di appoggio per il treppiedi, realizzata dal pieno in alluminio e fissata alla base con quattro grosse viti; sulla superficie di appoggio sono presenti degli intagli laccati in nero che consentono di migliorare la presa e creano un pattern geometrico che corrobora ulteriormente la similitudine fra quest'obiettivo ed un oggetto di design; come si può notare, dal basamento a sbalzo escono i due pomelli a cremagliera per la messa a fuoco mentre i distanziali laccati neri che collegano le relative guide alla standarta posteriore, su infinito, sono in battuta contro il basamento stesso, facendo scomparire completamente le guide.

Nella parte superiore dell'obiettivo è presente una robusta maniglia in materiale sintetico flessibile e scorrevole all'interno delle due massicce piastre di ancoraggio, anch'esse ricavate dal pieno con foggia geometrica e caratterizzate da un riporto in pelle per coprire le grosse viti di fissaggio e da un mirino per il puntamento rapido analogo a quello di un'arma.

 

 

Il Mirotar 500mm f/4,5 applicato ad una Contarex Super Electronic laccata nera con logo cubitale Zeiss Contarex Vertieb, un'esecuzione molto rara e sicuramente adeguata a questo prestigioso obiettivo; notate come, in entrambi i casi, tutto sia mera funzionalità pur mantenendo un design oggettivamente accattivante.

 

 

La dotazione standard del Mirotar, oltre ai tappi ed alla borsa corredo, comprende anche quattro telai ad inserimento (anch'essi caratterizzati da un design essenziale e grafico), ciascuno dei quali sostiene un filtro Zeiss trattato antiriflessi, con passo S49, montatura sottile (3mm) e finitura cromata; un telaio dev'essere sempre inserito nell'apposita fessura nella parte posteriore dell'ottica, ad ore 3, ed i filtri forniti in dotazione sono UV, giallo, arancio ed infrarosso.

 

 

Il dettaglio sottolinea il sistema di puntamento rapido presente sulle piastre di fissaggio della maniglia e preso a prestito dai mirini dalle armi, una soluzione non inconsueta su teleobiettivi di grande potenza.

 

 

Oltre all'obiettivo stesso ed alle slot per i filtri, anche il tappo anteriore è un vero oggetto di design, realizzato in alluminio rivestito in pelle e con un grosso bottone centrale a sbalzo, anch'esso in alluminio, decorato con un inserto nero ed il logo Carl Zeiss; l'interno dell'enorme tappo è rivestito in velluto blu e tre viti fissano un anello ausiliario sul quale sono ricavate tra flangie a baionetta che ingaggiano i pivot presenti nella parte anteriore dell'obiettivo, ancorando il tappo stesso; i punti di contatto con l'ottica sono rivestiti di velluto e quindi è impossibile rovinare il Mirotar con frequenti applicazioni e smontaggi del tappo.

 

 

Le viste di profilo fanno apprezzare il notevole sbalzo della presa di forza centrale; il suo bordo in alluminio godronato consente un'ottima presa e nel complesso la messa in opera del tappo risulta veramente funzionale: si tratta di un dettaglio progettato con attenzione ed intelligenza.

 

 

Lo Zeiss Mirotar 500mm f/4,5 affiancato al noto catadiottrico Nikon Reflex-Nikkor 500mm f/8 new; l'ottica giapponese, dotata di apertura massima decisamente inferiore ed equipaggiata con uno schema ottico concepito per ottenere la massima compattezza, presenta dimensioni e pesi estremamente contenuti rispetto al gigante teutonico: sembra quasi di osservare uno yacht col suo tender di salvataggio... Del resto, come detto, alla Zeiss hanno cercato la massima qualità ottica e precisione meccanica, ogni altro elemento era secondario e sacrificabile.

 

Un percorso analogo fu messo in atto anche dalla stessa Zeiss quando, nel 1997, a partire dalla matricola 8.117.791, mise in produzione una nuova versione del Mirotar da 500mm: quest'obiettivo, prodotto in Giappone da Kyocera, seguiva le orme della concorrenza giapponese, adottando un'apertura massima f/8 ed sfruttando una progettazione focalizzata sulla compattezza, come si può facilmente intuire osservando quest'obiettivo accanto al predecessore f/4,5; anche lo schema ottico è radicalmente diverso ed abbandona i due menischi anteriori con specchio secondario al loro interno, adottando un sistema di messa a fuoco elicoidale che sfrutta il flottaggio di elementi interni. Quest'obiettivo è finalmente utilizzabile anche a mano libera, con i dovuti accorgimenti, ma la sua resa ottica non è mai stata all'altezza di quella dei Mirotar originali di grande apertura.

Credits: Mirotar 500mm f/8 T* kindly supplied by Ugo Marinelli

 

 

I dati relativi all'obiettivo sono riportati sul caratteristico "bottone" anteriore che regge lo specchio secondario; notate come sia indicata la presenza dell'antiriflessi T*, assente nei Mirotar precedenti. Quest'obiettivo dovrebbe essere stato prodotto in un singolo lotto di 3.000 esemplari, compresi fra le matricole 8.117.791 e 8.120.790.

Credits: Mirotar 500mm f/8 T* kindly supplied by Ugo Marinelli

 

 

Paradossalmente, in un sistema di fotocamere in cui il tempo di otturazione più rapido era 1/1000", l'insolita ed elevata luminosità massima del Mirotar 500mm f/4,5 poteva rappresentare un problema, specie se il corpo macchina era stato precauzionalmente caricato con pellicola a 27° DIN: il rischio che, in pieno sole, non si potesse evitare la sovraesposizione era concreto, dal momento che, così come avviene in tutti i catadiottrici convenzionali, il Mirotar non dispone di un diaframma ad iride per ridurre l'apertura.

Per ovviare a questo problema, i tecnici hanno previsto una seconda serie di filtri, questa volta di tipo ND (Neutral Density), cioè filtri di colore grigio che non modificano la resa cromatica (nel colore) o tonale (nei grigi del bianconero) ma, semplicemente, assorbono la luce in eccesso; osservando il Mirotar dalla parte posteriore, quindi, troviamo a destra un'asola che consente di introdurre il telaio con il filtro principale (indicato in colore arancio) e a sinistra una torretta girevole (in colore giallo), posta fra il fondo dell'obiettivo ed il piano sul quale scorre il telaio del filtro a caduta, che incorpora tre filtri: uno è trasparente e non modifica l'immagine o la luminosità mentre i rimanenti due sono filtri grigi ND che assorbono una quota della luce che li attraversa, simulando così il flusso luminoso corrispondente ad un teorico f/8 ed f/11.

Tali filtri sono messi in movimento grazie al bordo esterno zigrinato della torretta girevole, un cui settore sporge sul lato sinistro dell'obiettivo permettendo al fotografo di farla ruotare; il meccanismo di rotazione dispone di tre fermi a scatto, corrispondenti al corretto posizionamento dei tre filtri, mentre la selezione è consentita dalle relative indicazioni di luminosità effettiva (4,5, 8 ed 11) riportate sul bordo della torretta in colore bianco e visibili all'esterno; nelle posizioni predeterminate il corrispondente valore luminoso coincide con una freccia smaltata di rosso sul barilotto dell'obiettivo.

La presenza del filtro trasparente, apparentemente inutile, si spiega col fatto che il tiraggio meccanico di infinito è calcolato tenendo conto anche dell'interazione della coppia di filtri (ad inserimento e a rotazione) sempre applicati : se lavorando ad f/4,5 mancasse il filtro trasparente sulla torretta, la coniugata di fuoco posteriore verrebbe modificata.

 

 

Se andiamo a sbirciare attraverso il mantice completamente esteso, osservando la porzione posteriore del barilotto che rimane nascosta al suo interno, si può notare come il metallo che circonda i filtri posteriori non sia passivato in alcun modo ma risulti grezzo, e sono addirittura visibili i segni della fresatura sul materiale: è una scelta davvero strana, considerando l'elevato livello di finitura complessiva e comunque anche il costo astronomico dell'oggetto; dal momento che anche i soffietti sono un elemento critico e possono riflettere la luce parassita sulle loro pareti interne (ricordate i... dolori del giovane Weston?), verrebbe da supporre che tutta la sovrastruttura posteriore del Mirotar non sia un esempio luminoso di soppressione della luce riflessa, anche se, all'atto pratico, non sono mai stati rilevati problemi al riguardo.

Come la storia ci insegna, il Mirotar 500mm f/4,5 fu disponibile a corredo per l'intera parabola commerciale del sistema Contarex, centellinando poco per volta quei famosi 200 esemplari assemblati nel 1963; negli anni '70, con la chiusura della Zeiss Ikon Stuttgart e la soppressione dei programmi per la produzione interna di fotocamere, l'obiettivo venne dirottato nei sistemi Rolleiflex e Contax-Yashica, ed è opinione comune che siano stati prodotti fin da subito nuovi esemplari aggiornati a queste specifiche; la realtà dei fatti è leggermente differente.

Innanzitutto, analizzando gli elenchi di produzione, risulta che gli unici Mirotar assemblati dopo lo storico lotto di 200 pezzi datato 1963 (seriali 3.153.210 - 3.153.409, più quattro prototipi da mostra con matricole 2.513.249, 2.513.250, 2.522.721, 2.522.722) sarebbero 15 sparuti esemplari costruiti a metà anni '80, realizzati all'origine con attacco Contax-Yashica e compresi fra le matricole 6.740.699 e 6.740.713; un ulteriore blocco di numerazioni per altri 100 esemplari in attacco Contax-Yashica fu assegnato per l'anno 1994 ma non esiste evidenza che siano mai stati costruiti, probabilmente per mancanza di richieste conseguente al prezzo elevatissimo.

In pratica, escludendo i 4 modelli di preserie da esposizione, i Mirotar 500mm f/4,5 effettivamente prodotti per essere commercializzati sarebbero solamente 215, dei quali nessuno ufficialmente assemblato in attacco Rolleiflex mentre il primo obiettivo effettivamente realizzato in montatura Contax-Yashica vide la luce a metà anni '80, ben 10 anni dopo il lancio della Contax RTS, nel cui sistema i Mirotar erano invece regolarmente a catalogo fin da subito.

Se per 10 anni non furono assemblati obiettivi in attacco Contax-Yashica e non vennero mai realizzati direttamente esemplari in attacco Rolleiflex, c'è da chiedersi quali obiettivi siano stati forniti ai clienti di quest'ultimo sistema e come sia stata soddisfatta fino a metà anni '80 la richiesta degli utenti Contax!

 

 

Questa immagine è interessante; oltre a mostrare il nottolino in alluminio che funge da frizione e regola la resistenza dei pomelli di messa a fuoco, illustra in modo chiaro la standarta di messa a fuoco posteriore; come potete notare, quest'ultima - procedendo dalla base verso l'alto - è definita da due piani paralleli che, a circa tre quarti della struttura, si restringono con una doppia curva ad angolo ottuso fino ad arrivare all'anello solidale che ancora il soffietto e regge l'attacco del corpo macchina; questo anello presenta un ulteriore, evidente restringimento rispetto alla sezione della standarta, creando una sorta di gradino a profilo curvo, e fra l'anello della standarta e l'attacco Contarex vero e proprio è presente un anello distanziale intermedio, rifinito in nero, che incorpora anche lo sblocco per la rotazione in verticale.

Ebbene, questa NON E' la standarta progettata ed applicata ai 200 Mirotar prodotti nel 1963 ma un modello disegnato da Zeiss negli anni '70 per consentire un facile interscambio degli attacchi a baionetta (permettendo in questo modo di convertire facilmente un obiettivo a Contax-Yashica o Rolleiflex o quant'altro); la principale ed unica differenza fra i Mirotar per Contarex e quelli forniti a partire dagli anni '70 per Contax-Yashica e Rolleiflex risiede proprio in questo elemento meccanico; per quanto concerne il mio esemplare, dunque, o è stato commercializzato negli anni '60 con la standarta originale Contarex e poi, su richiesta del primo proprietario, è stato convertito a Contax negli anni '70, applicando in fabbrica la standarta di nuovo disegno, oppure, come andremo a dettagliare meglio, è un esemplare invenduto del sistema Contarex, rimasto per anni nei magazzini, e factory-converted a Contax, da nuovo, per essere commercializzato solamente negli anni '70; in ogni caso la standarta posteriore è stata aggiornata al nuovo modello e l'attacco Contarex applicato sarebbe uno dei "fondelli" intercambiabili montati a richiesta...

Pertanto, quest'obiettivo avrebbe una storia interessante: nato in montatura Contarex negli anni '60, convertito a Contax negli anni '70 con la nuova standarta a fondelli intercambiabili (dal proprietario o direttamente brand new, in fabbrica) e poi riportato a Contarex negli anni '80 o '90, applicando alla nuova standarta uno dei fondelli intercambiabili opzionali.

Vediamo ora in cosa differisce la standarta originale Contarex del 1963 dal modello evoluto degli anni '70.

 

 

Come potete notare, la standarta originale Contarex (a sinistra) procede dal basso restringendosi grazie alla superficie posteriore inclinata verso l'interno; la piegatura sotto l'attacco è singola e l'anello solidale che regge soffietto e baionetta ha lo stesso spessore della standarta che lo genera; ancora, l'attacco risulta fissato con sei viti applicate all'anello coassiale alla baionetta stessa, al suo interno, e la levetta che sblocca la rotazione in verticale scorre in un'asola ricavata direttamente nell'anello solidale alla standarta. Viceversa, nel mio esemplare, con standarta aggiornata "tipo Contax" e baionetta Contarex opzionale applicata, la standarta procede con andamento lineare, si restringe bruscamente con una doppia piegatura, l'anello solidale che sostiene soffietto e baionetta è decisamente più sottile e lo spessore mancante è recuperato da uno spessore supplementare, interposto fra l'anello della standarta e la baionetta, che incorpora anche il dispositivo di sblocco per la rotazione in verticale; come potete osservare non sono presenti viti di fissaggio nell'anello interno e coassiale alla baionetta mentre si osservano prese di forza per lo smontaggio all'interno del cannotto; proprio lo spessore ridotto dell'anello di ancoraggio fa guadagnare al tiraggio alcuni millimetri, sufficienti a predisporre attacchi intercambiabili per vari sistemi di fotocamere, inclusa la stessa Contarex che, quando questa variazione fu varata, era ancora ufficialmente distribuita - seppure per poco - dallo Zeiss Contarex Vertieb.

Naturalmente, omaggiando il suo sconsiderato amore per la meccanica complessa, la Zeiss non concepì questi fondelli intercambiabili per consentire una facile sostituzione da parte del proprietario, come avveniva ad esempio con le ottiche Tamron Adaptall, dal momento che il fondello stesso è fissato con una sequenza di viti a scomparsa che rendono sicuramente difficile al vita a chi non ne conosca lo schema.

 

 

Per chiarire, osserviamo la baionetta di questo esemplare di Mirotar: appena a sinistra di ore 6 si può notare la testa di una settima vite, anomala ed avvitata in profondità, che fa capolino nel piano inferiore della baionetta; una vite gemella si trova in posizione diametralmente opposta, nascosta alla vista dall'anello esterno della baionetta stessa; se lo rimuoviamo, svitando le 6 viti standard, mettiamo a nudo le due viti supplementari. Togliendo anche queste possiamo sfruttare i loro fori filettati nel metallo come "pozzetti di ispezione" e, ruotando la baionetta grazie al relativo sblocco per riprese in verticale, dopo circa 90° di rotazione, attraverso questi fori diventano visibili altre due viti a scomparsa, la cui rimozione è possibile sfruttando i "pozzetti" delle prime due...

Complicazione meccanica a parte, la sintesi di tutto il discorso sta nella constatazione che tutti gli esemplari di Mirotar 500mm f/4,5 commercializzati per Rolleiflex 35mm e tutti quelli per Contax-Yashica (tranne i famosi 15 obiettivi realizzati a metà anni '80) altri non sono che obiettivi Contarex appartenenti al lotto iniziale di 200 esemplari costruiti nel 1963, rimasti invenduti fino all'estinzione del loro sistema originale, modificati da nuovi ad Oberkochen applicando la nuova standarta ed il relativo attacco per corpo macchina, e successivamente venduti ai clienti di questi due nuovi sistemi; corollario diretto di questa constatazione è il fatto che gli obiettivi effettivamente venduti in attacco originale Contarex, fra inizio anni '60 ed inizio anni '70, sono molti meno rispetto ai 200 costruiti, dal momento che a questa cifra teorica occorre sottrarre tutti gli esemplari rimasti invenduti e poi "riciclati" in fabbrica per Contax e Rolleiflex.

 

(credits - advertising: Yashica Co.)

Una conferma indiretta di quanto sopra viene fornita da questa immagine pubblicitaria Contax risalente a metà degli anni '70: la fotografia illustra i due catadiottrici Mirotar sui quali sono applicati corpi macchina Contax RTS e, in apparenza, non c'è nulla di anomalo ma se osserviamo con attenzione la matricola del 500mm, ingenuamente lasciata in bella vista, notiamo che si tratta dell'obiettivo n° 3.513.345, cioè il 136° esemplare dei 200 assemblati per Contarex nel 1963... Anche in altre immagini pubblicitarie Contax con l'intero sistema di obiettivi il 500mm Mirotar riporta una inequivocabile matricola Contarex appartenente allo stesso lotto. Si tratta dunque di ottiche rimaste invendute per una dozzina di anni in giacenza, riesumate ed equipaggiate con la nuova standarta ed il relativo attacco Contax-yashica.

 

 

Questo schema mostra come la riduzione di sezione nell'anello principale sul nuovo modello di standarta, il cui tiraggio effettivo all'infinito è di ben 49,7mm, lasci spazio sufficiente per allestire ogni tipo di attacco; nella fattispecie, ho evidenziato i 4,2mm utili rispetto al piano di battuta della baionetta Contax-Yashica. Curiosamente, lo schema risulta approssimativo e pur riportando correttamente l'anello più sottile col relativo "scalino" il profilo della standarta, inclinato con piegatura singola, si rifà al modello Contarex originale, creando ancora più confusione. Come nota a margine, occorre sottolineare che il dispositivo di sblocco e rotazione in verticale della fotocamera è incorporato nel fondello intercambiabile stesso quindi, utilizzando adattatori fai-da-te si perde la possibilità di ruotare l'apparecchio.

Dato che stiamo sviscerando contesti e dettagli inediti, proviamo a spingerci oltre, analizzando le caratteristiche di obiettivo ed accessori relative ad uno degli unici 15 esemplari assemblati dopo il pacchetto del 1963, grazie alle immagini di un esemplare attualmente in vendita.

 

 

Nonostante la produzione di questo esemplare risalga a metà anni '80, appare evidente che l'obiettivo -a parte il nuovo bauletto, la matricola incisa sul frontale e la famosa standarta posteriore già abbondantemente discussa - è assolutamente identico al modello originale del 1963, fin nell'ultimo dettaglio, ed anche l'antiriflessi delle lenti, nonostante i miglioramenti introdotti già da diversi anni, sembra lo stesso utilizzato per le ottiche originali Contarex. Questo conformismo assolutamente pedissequo mi ha fatto balenare il sospetto che anche questi 15 esemplari postumi, in realtà, siano stati assemblati con ricambi o surplus produttivi di singoli elementi realizzati ad inizio anni '60 per il lotto di 200 Mirotar per Contarex e poi conservati in fabbrica fino ad allora; se questa suggestiva ipotesi fosse suffragata da riscontri tangibili si potrebbe dire che, in pratica, il Mirotar 500mm è stato prodotto unicamente nel 1963 e solamente per Contarex e che tutti gli altri esemplari per Contax-Yashica e Rolleiflex sono solamente residui vestigiali di questo "big bang" iniziale.

 

 

Anche il monumentale tappo anteriore che equipaggia i 15 esemplari prodotti per Contax-Yashica risulta assolutamente identico a quello originale Contarex, e l'unica variante è rappresentata dal disco centrale riportato, che è stato aggiornato al logo Zeiss contemporaneo; anche in questo caso è possibile che si tratti di pezzi prodotti in eccedenza nel 1963 e riciclati per questo piccolo lotto.

Un'altra variazione sovra-strutturale che si riscontra nei 15 obiettivi per Contax di metà anni '80 è relativa ai filtri di contrasto ad inserimento.

 

 

Rispetto a quelli forniti in origine nei Mirotar del 1963 per Contarex, la sporgenza del telaio rispetto al corpo dell'obiettivo è stata aumentata, inserendo anche una zigrinatura, con l'evidente intenzione di facilitare la presa; inoltre,  lo spessore del metallo nel bordo in rilievo è stato incrementato per irrigidire la struttura e consentire di eliminare la porzione del bordo stesso in corrispondenza dei filtri S49, avvitati su una superficie piana e senza ingombri perimetrali, consentendo in  questo modo di svitare ed avvitare i filtri con facilità (un'operazione che, nel modello precedente, risultava difficile proprio per l'ingombro in rilievo a pochi millimetri dalla montatura del filtro); infine, il telaio dei filtri non è più cromato ma nero, una scelta sicuramente dettata dalla volontà di ridurre eventuali riflessi parassiti. Naturalmente questi filtri sono semplici accessori esterni, facili da realizzare, e queste variazioni non inficiano l'ipotesi formulata in precedenza e relativa all'assemblaggio di questi 15 Mirotar utilizzando componenti primarie prodotte nel 1963.

 

Lo Zeiss Mirotar 500mm f/4,5 è sempre stato accreditato di prestazioni molto elevate e superiori a quelle di qualsiasi altro catadiottrico prodotto dalla concorrenza, avvantaggiato sia dalla concezione di progetto che dall'ampia luminosità (minore diffrazione), senza contare l'assemblaggio con tolleranze virtualmente azzerate; lo schema che segue riporta gli MTF misurati alla massima apertura disponibile sui 6 teleobiettivi da 500mm creati da Zeiss negli ultimi 50 anni, compreso anche il Tele-Apotessar Contax 500mm f/5,6 che rimase allo stadio di prototipo, 3 destinati al formato 24x36mm e 3 in grado di coprire il 6x6cm.

 

 

I valori espressi dal Mirotar sono effettivamente impressionanti e tali da fare invidia alla qualità di un ottimo normale da 50mm al diaframma di resa ottimale; in particolare, il microcontrasto (basse frequenze spaziali, curva più alta) risulta molto elevato, cosa insolita in un catadiottrico che deve fare i conti con le interriflessioni, ed anche il trasferimento di contrasto a 40 cicli/mm (curva più bassa) presenta valori insolitamente elevati che promettono un'elevata risoluzione dei dettagli; inoltre, l'eccellente costanza delle curve da centro a bordi e la trascurabile differenza di lettura fra gli orientamenti sagittale e tangenziale descrivono un obiettivo in cui curvatura di campo, astigmatismo ed aberrazione cromatica laterale sono ottimamente soppressi.

In effetti la stessa Casa dichiarava che i fotogrammi ricavati col Mirotar, grazie alla sua elevata risolvenza, potevano essere fortemente ingranditi e che la correzione dell'aberrazione cromatica longitudinale era così buona da consentire riprese all'infrarosso con messa a fuoco senza filtro IR, in luce visibile, senza la necessità di alcuna correzione di fuoco, nonostante la lunghezza focale e la grande apertura che rendono critica ogni minima variazione di questo parametro; a confronto, gli altri teleobiettivi svolgono un ruolo di comprimari ed è indicativo notare come anche il più moderno Zeiss Mirotar 500mm f/8 T*, progettato molti anni dopo privilegiando la compattezza e prodotto nel 1997 in un lotto di 3.000 esemplari a cura della Kyocera, in Giappone, non avvicini nemmeno il potere risolutivo teorico del corpulento antenato, a conferma del fatto che il Mirotar di Helmut Knutti era stato realmente finalizzato alla massima qualità d'immagine, accettando senza un ripensamento gli ingombri ed i costi conseguenti, in puro stile Zeiss!

Come ho anticipato all'esordio, stupisce che alla Zeiss di Oberkochen, una Casa che non si era mai cimentata nella produzione di obiettivi catadiottrici, sia spuntata dal nulla una simile gemma, senza prodromi ed un sostrato fertile di riferimento; in realtà l'assist era stato fornito cinque anni e mezzo prima dai colleghi-rivali della Carl Zeiss Jena: nel 1954 i due grandi matematici Wolf Dannberg ed Harry Zoellner, già ampiamente citati in precedenza, si cimentarono sul progetto di un 500mm catadiottrico molto luminoso che venne brevettato nel Gennaio 1955 ed entrò successivamente in produzione come Carl Zeiss Jena Spiegelobjektiv 500mm f/4.

 

 

Quest'obiettivo, prodotto sia in finitura nera che verde mimetico per impieghi militari (il principale target di questo progetto), presenta caratteristiche ottico/meccaniche molto interessanti e razionali, molte delle quali saranno poi riprese nel Mirotar, dalla base di appoggio poligonale, solidale al barilotto ed equipaggiata con i pomelli di messa a fuoco, alla torretta girevole incorporata per i filtri; soprattutto, l'architettura dello schema ottico, di tipo Bouwers-Maskutov con due menischi anteriori in vetro, è estremamente simile a quella che, anni dopo, verrà messa su carta da Knutti ed Opitz quando concretizzarono il Mirotar 500mm. L'unica e sostanziale differenza fra il precursore Carl Zeiss Jena e l'epigono di Oberkochen sta nella messa a fuoco: lo Spiegelobjektiv focheggia con lo spostamento di elementi interni, comandati dai pomelli in alluminio e senza variazioni fisiche nella lunghezza dell'obiettivo, mentre il Mirotar utilizza, come visto, un soffietto ausiliario posteriore.

 

 

Gli estratti di brevetto dello Zeiss Mirotar e dello Zeiss Jena Spiegelobjektiv confermano le grandi similitudini concettuali; il Mirotar sembra più votato alla ripresa generica a colori che richiede un maggior controllo dell'aberrazione cromatica, perseguita non soltanto col doppietto di lenti di campo posteriori (realizzate con vetri dalle caratteristiche rifrattive/dispersive differenti) ma anche lavorando di fino ed utilizzando per i due enormi menischi anteriori due vetri ottici con parametri molto simili ma non identici; viceversa, lo Spiegelobjektiv Zeiss Jena nasce per sfruttare un'apertura leggermente superiore ma probabilmente è stato ideato soprattutto per riprese militari a grande distanza con filtri rossi taglia-banda e pellicola bianconero, senza cercare la perfezione assoluta nella soppressione dell'aberrazione cromatica, comunque sempre ben corretta in un catadiottrico: infatti, tutti gli elementi ed il filtro incorporato sono realizzati con lo stesso vetro tipo BK7, ad eccezione della seconda lente del doppietto posteriore, realizzata in vetro Flint tipo F3.

 

 

In questi magnifici schemi, appositamente realizzati dal caro amico Pierre Toscani partendo dai parametri matematici di progetto, si può apprezzare meglio la magnifica architettura dei due obiettivi e l'estensione degli importanti flare-stoppers interni fino al limite massimo consentito dal flusso luminoso necessario a coprire il formato previsto; la luminosità teorica del Mirotar sarebbe f/4 e, con le limitazioni dovute alle quote del sistema, corrisponde ad un T = 4,7, mentre lo Spiegelobjektiv, che teoricamente sarebbe un f/3,6, esibisce un T = 4,2. Entrambi gli obiettivi presentano un gruppo anteriore afocale ed un modulo da 9 diottrie, a conferma delle grandi similitudini che li accomunano.

il 500mm f/4 Spiegelobjektiv della Zeiss Jena, per architettura e luminosità, ha sicuramente rappresentato una pietra miliare che ha creato molte suggestioni e suggerito un archetipo il cui seme non germogliò solamente ad Oberkochen; infatti, nel 1976, il sovietico David Volosov (cognome altisonante dell'ottica di quella nazione, con illustri predecessori) brevettò lo schema di un obiettivo catadiottrico 500mm f/4,5 anch'esso strutturalmente analogo ai 500mm di Jena ed Oberkochen: evidentemente questi due campioni di luminosità e prestazioni costituivano ormai un punto di riferimento prestigioso da imitare.

 

 

Estratti dal brevetto sovietico 569.999, basato su disegni depositati nel 1976, che illustra il catadiottrico 500mm f/4,5; pur nella sua essenzialità, la sezione evidenzia le caratteristiche peculiari proprie ai due catadiottrici tedeschi che l'hanno preceduto.

Tornando ad Helmut Knutti e ai due 500mm da lui progettati nel 1960 per la Zeiss di Oberkochen, occorre dire che nella concezione del Tele-Tessar 500mm f/8 tipo "C" per Hasselblad le sue aspirazioni ideali furono zavorrate da specifici vincoli tecnici: da un lato il vetro a bassissima dispersione FK1, seppure già brevettato congiuntamente da Zeiss e Schott Jenaer Glasswerke a fine anni '50, non era ancora disponibile per un impiego industriale di massa, dall'altro la luminosità massima, come già anticipato, era vincolata al diametro
utile dell'otturatore centrale Synchro-Compur (24mm), il che costrinse il progettista a limitare il valore massimo ad f/8. Peraltro, Herr Knutti proveniva dalla progettazione di binocoli e tracce del know-how specifico acquisito in questa specifica prassi traspaiono anche dal progetto del 500mm Tele-Tessar, nel quale rinunciò persino all'impiego di un vetro a bassa dispersione meno spinto come il tipo FK5 (numero di Abbe Vd= 70,4), già allora comunemente diffuso, utilizzando invece nella parte posteriore un raffinato doppietto ipercromatico, nel quale vengono utilizzati due vetri (nella fattispecie il Flint F2 ed il Dense Crown SK16) caratterizzati da indice di rifrazione pressochè identico (perciò, da questo punto di vista, si comportano quasi come una singola lente) e dispersione sostanzialmente differente, molto maggiore nel Flint e contenuta nel Dense Crown.

 

 

Questa composizione riassume un po' gli acuti della vita di Helmut Knutti, tutti concentrati nel 1960: gli Zeiss Mirotar 500mm f/4,5 Contarex e Tele-Tessar 500mm f/8 Hasselblad assieme agli estratti di brevetto ed a schemi disegnati attualmente partendo da tali parametri.

 

 

La confidenza di Herr Knutti con la realizzazione di binocoli appare evidente persino osservando il barilotto esterno del 500mm Tele-Tessar Hasselblad: se confrontiamo la sua parte anteriore con questi monocoli militari Zeiss Jena ASEM del 1914 troviamo sorprendenti analogie, compreso l'attacco per accessori nel settore smaltato anteriore: in pratica un'estetica trasposta direttamente!

 

 

 

Schemi e sezioni inedite che visualizzano la posizione del nocciolo ottico all'interno dei rispettivi barilotti; pur con le dovute diversità strutturali e la destinazione a formati sostanzialmente differenti, entrambi questi obiettivi, a modo loro, forniscono immagini emozionanti e, considerando anche che il Tele-Tessar ha fatto parte della dotazione nelle missioni NASA sulla superficie lunare, possiamo sicuramente affermare che il loro progettista ha lasciato un'eredità estremamente importante ed imperitura.

Per chiudere la carrellata sui 500mm tedeschi, vorrei accennare anche al Carl Zeiss Jena Fernobjektiv 500mm f/8, un obiettivo con natali gloriosi che affondano negli anni '30, quando lo stesso semplicissimo sistema ottico, un doppietto acromatico, equipaggiava il Fern 50cm f/8 per Contax a telemetro; quest'obiettivo, concepito nel 1932, definito meccanicamente nell'estate 1933 e prodotto per Contax dal 1934 alla fine della guerra, venne riesumato dalla neonata Carl Zeiss Jena DDR e mantenuto in produzione dal 1948 al 1964. Tale ottica è storicamente interessante perchè, nel limitato interregno in cui la Germania del Dritten Reich e la Russia di Stalin collaborarono per uno scambio di materiale ed informazioni tecniche, negli anni '30, il suo progetto ottico venne condiviso direttamente fra i tecnici di Jena ed i colleghi russi, al punto che, successivamente, il GOI di Leningrado definì un obiettivo dalle caratteristiche ottiche assolutamente identiche.

 

credits - collezione: Pierpaolo Ghisetti

 

La vista frontale di quest'esemplare di Fernobjektiv 500mm f/8 mostra una matricola di inizio 1954, quando venne prodotto un lotto di 125 obiettivi in attacco M42; la T di colore rosso indica il trattamento antiriflessi, sicuramente molto evidente grazie all'intenso colore della lente frontale. L'obiettivo è in pratica un lungo tubo vuoto, con diaframma manuale ed elicoide di fuoco decentrato verso la parte anteriore, e tutto il gruppo ottico, costituito da due lenti collate assieme, è posizionato anteriormente, nei primi centimetri di barilotto.

CONVERSIONE DEL MIROTAR 500mm f/4,5 IN ATTACCO PER FOTOCAMERE MODERNE

Dal momento che il Mirotar illustrato in questo articolo dispone della standarta aggiornata anni '70, tipo "Contax", con battuta di fuoco ad infinito da 49,7mm e montatura girevole intercambiabile, ho provveduto a rimuovere l'attacco originale Contarex (in modo assolutamente reversibile e senza modifiche strutturali) avvalendomi della consulenza e della fattiva capacità dell'amico Cristian Fattinnanzi, fotografo specializzato nella trasformazione "custom" di obiettivi; ringrazio quindi Cristian per al disponibilità ed il prezioso aiuto.

 

 

I fondelli intercambiabili prodotti per la standarta aggiornata del Mirotar 500mm f/4,5 sono fissati alla struttura tramite 4 viti, 2 delle quali si possono rimuovere tramite i relativi fori ed altre due risultano invece nascoste ed è necessario sbloccare il sistema di rotazione della fotocamera e ruotare la ghiera esterna finchè, dopo circa 90° di rotazione, all'interno dei "pozzetti" delle prime 2 viti compaiono le altre, pronte per essere a loro volta svitate; nel caso dell'attacco Contarex, la cui baionetta è particolare, occorre prima togliere l'anello esterno, fissato da 6 viti, per accedere a quelle sottostanti. Il sottile fondello intercambiabile, che incorpora l'intero meccanismo di sblocco e rotazione, pesa ben 85 grammi e la baionetta risulta realizzata dal pieno in acciaio inox di prima qualità, mentre il dispositivo di rotazione è assolutamente privo di giochi meccanici: complessivamente è un raccordo in piena sintonia con la qualità propria ai prodotti Zeiss di alta gamma.

 

 

L'amico Cristian immortalato mentre inizia lo smontaggio dell'anello originale.

 

Uno schema rapidamente concretizzato su carta, al fine di valutare gli spessori necessari per consentire il montaggio delle moderne fotocamere, dotate di ingombranti impugnature, senza compromettere la messa a fuoco su infinito.

 

 

Il Mirotar 500mm f/4,5 con standarta "tipo Contax" e fondello intercambiabile rimosso; notate il gradino presente fra la standarta stessa ed il suo anello di fissaggio, molto più sottile: questo spazio consente l'applicazione dei fondelli originali, tenuti in posizione grazie a 4 viti inserite nei fori filettati evidenziati dalla grafica; come ulteriore ossequio al gusto tipicamente Zeiss per la complessità meccanica a volte gratuita, i fori non sono tutti equidistanti (in pratica definiscono i vertici di un rettangolo) ed anche il loro orientamento non è congruente a posizioni predefinite (come "ore 12", "ore 3" e così via), il che ha comportato un bel po' di problemi quando è stato necessario forare il nuovo raccordo mantenendo il necessario posizionamento...

Ho chiesto direttamente in Zeiss se fossero ancora disponibili, in qualche angolo, fondelli originali intercambiabili, a suo tempo forniti a richiesta (sarebbe bastato un esemplare in attacco Contax-Yashica) ma mi è stato detto che sono stati tutti "eliminati"...

 

 

Al termine dell'intervento il Mirotar è stato riportato a nuova vita, grazie ad un attacco Canon EOS che consente di utilizzare corpi molto moderni e di focheggiare con estrema precisione grazie al live view a forte ingrandimento; la grafica mostra l'obiettivo col nuovo attacco e la ghiera con la montatura precedente; l'unica limitazione imposta dalla modifica consiste nell'impossibilità di ruotare la fotocamera in verticale senza spostare l'obiettivo, visto che il relativo meccanismo è incorporato nel fondello rimosso.

 

 

Più precisamente, dal momento che, una volta rimosso il fondello originale, il tiraggio disponibile era abbondante, all'ottica è stato applicato un anello dotato di filettatura 42x1mm che, in condizioni normali, consentirebbe di vedere l'infinito con diversi millimetri di corsa residua; per consentire agli attuali corpi Canon EOS di ruotare durante il montaggio senza interferire con la standarta, sulla battuta della filettatura 42x1mm è stato applicato un distanziale in resina dura ricavato al tornio, da circa 2mm di spessore, che funge da battuta per l'ulteriore anello adattatore 42x1mm - Canon EOS; questo spessore mantiene il piano di battuta della baionetta Canon sufficientemente distante dalla standarta da garantire il montaggio delle relative fotocamere mentre, togliendo il distanziale in resina, anche un corpo Nikon (che ha un tiraggio di 46,5mm, contro i 44mm di Canon EOS) riesce a focheggiare ad infinito, utilizzando un raccordo 42x1 - Nikon privato della sua lente di campo. Ulteriori, sottili spessori adesivi di calibratura sono stati applicati alla resina per consentire all'anello esterno 42x1mm - EOS di serrare a fondo corsa rimanendo in fase per mantenere il corpo EOS perfettamente orizzontale.

 

 

Ecco l'aspetto finale dell'obiettivo; per annullare il rischio di riflessi indesiderati, ho smaltato l'interno dell'anello filettato 42x1mm ed il bordo del raccordo 42x1mm - EOS con uno smalto acrilico nero matt estremamente opaco, mentre la contattiera con microchip è utile per un'applicazione che vedremo in seguito....

 

 

Il risultato di questo lavoro dischiude scenari operativi inediti e vincolati solo alla fantasia dell'operatore; peraltro, l'attacco primario 42x1mm con tiraggio abbondante, fermo restando le limitazioni nella rotazione dei corpi causate dal profilo della standarta, non circoscrivono l'utilizzo a Canon EOS, come l'immagine seguente illustra:

 

 

Ecco alcuni corpi macchina che ho applicato al Mirotar con attacco modificato: Nikon F2AS, Contax ST, Pentax MX, Canon F1 new ed Icarex S 35 TM, tutti con i relativi adattatori da vite 42x1 alla corrispondente baionetta (senza lente di campo per Nikon, non necessaria) tranne la Icarex che, ovviamente, si monta sfruttando l'attacco 42x1mm nativo. In questo modo il Mirotar diventa uno strumento nazional-popolare che valica trasversalmente, ed allegramente, gli schieramenti di campanile.

 

 

...ed ecco la ragione per cui è stato adottato un anello con microchip: il Canon Extender EF 2x II è un ottimo duplicatore di focale ma incorpora un chip che provvede a correggere direttamente luminosità e focale risultante nei metadati che trasmette al corpo macchina; per cui, in assenza di chip anteriore, il moltiplicatore fornisce un dato di errore che impedisce fisicamente all'apparecchio di scattare, anche in manuale. In questo caso abbiamo ottenuto un obiettivo da 1.000mm con apertura relativa f/9 ed effettiva intorno a T = 9,5.

 

 

Un altro abbinamento interessante prevede l'applicazione di una Canon EOS M, grazie all'interposizione dell'anello originale Canon EF - Canon EF-M; in questo caso le minuscole dimensioni dell'apparecchio ci fanno sembrare il complesso, più che una fotocamera mirrorless con ottica, un obiettivo "cameraless", quasi "autofotografico"! In questa configurazione l'obiettivo equivale ad un 800mm f/4,5 - T= 4,7 ed il peso aggiuntivo si limita a poche centinaia di grammi.

Quella che segue è la riproduzione del primo scatto di prova realizzato col Mirotar 500mm f/4,5 applicato ad una Canon EOS 5D MkII, scattando da circa 2,3km di distanza in un giorno caratterizzato da foschia invernale e quindi inadatto per spremere al 100% le prestazioni dell'obiettivo... L'immagine ed i suoi crops al 100% dimostrano comunque che l'insolito adattamento fra un catadiottrico costruito giusto 50 anni fa (1963-2013) ed una moderna reflex digitale full-frame funziona perfettamente.

 

 

Per finire in bellezza vorrei descrivere un'ulteriore versione di Mirotar prodotta dalla Zeiss per impieghi prettamente militari e di sorveglianza: si tratta del famoso Carl Zeiss N-Mirotar 210mm T = 0,03, un obiettivo prodotto a partire dal 1977 in appena 43 esemplari e caratterizzato da un prezzo di vendita, all'esordio, davvero stratosferico e prossimo ai 50.000 U.S. Dollars.

l'N-Mirotar 210mm (in cui la N- è l'acronimo di Nacht- oppure Night-, cioè notturno) è uno strumento estremamente sofisticato composto da un obiettivo catadiottrico primario molto luminoso da 210mm di focale, un sistema con intensificatori d'immagine a 3 stadi, in cascata, raccordati da fibre ottiche, e da un relay lens posteriore composto da un tandem telecentrico di 2 obiettivi, il primo in posizione invertita davanti al secondo, che prelevano l'immagine intensificata dallo schermo fluorescente posto dietro la serie di intensificatori e la focalizzano sul piano focale dell'apparecchio fotografico.

Credits: for all the following pictures the  N-Mirotar 210mm was kindly supplied by Ugo Marinelli

 

 

In questa immagine, assieme ai classici Mirotar 500mm f/4,5 e 500mm f/8 T* per fotografia convenzionale, è presente anche lo speciale N-Mirotar 210mm, nato per la fotografia notturna a mano libera grazie al sistema di intensificazione d'immagine; l'attacco posteriore è a baionetta Contax-Yashica e quest'obiettivo, formalmente, faceva parte di tale sistema, sebbene sia stato fornito solamente su ordine speciale e fosse necessario,  fra l'ordine e la consegna, attendere fino ad un anno. L'N-Mirotar dispone di un'impugnatura anatomica che incorpora un grilletto che consente di attivare l'intensificatore, alimentato da batterie a secco; la lente anteriore è protetta da un insolito tappo in gomma morbida dotato di due lacci di fissaggio, uno dei quali sempre ancorato all'obiettivo per evitare di smarrirlo inavvertitamente; i fosfori del sistema di intensificazione vanno protetti dalla luce diretta, anche a dispositivo spento, quindi il tappo va tenuto sempre in posizione, tranne nei momenti in cui il sistema è operativo.

 

 

Un'altra immagine di gruppo con questi eccezionali e rari obiettivi nella quale è evidente come l'ottica  primaria dell'N-Mirotar sia un catadiottrico, un'architettura scelta per la sua compattezza, tenendo conto degli ingombri richiesti dall'intensificatore tri-stadio e dal relativo relay-lens posteriore.

 

 

l'N-Mirotar 210mm misura 365mm di lunghezza per 98mm di diametro massimo con un'altezza (dalla base dell'impugnatura al vertice della montatura anteriore) di circa 222mm; l'obiettivo primario presenta un menisco anteriore singolo sulla cui superficie interna è riportato lo specchio secondario, mentre le due lenti di campo sono posizionate nell'apertura dello specchio primario, rendendo il sistema molto compatto, ed il loro spostamento consente la messa a fuoco, gestita da una leva esterna: la messa a fuoco spazia fra infinito e 20m, una distanza ragguardevole che limita l'impiego dell'N-Mirotar alla sorveglianza a distanze considerevoli. L'obiettivo primario ha una focale di 210mm e la sua luminosità effettiva non è mai stata ufficialmente dichiarata: alcune fonti citavano addirittura f/1,2 ma, quote alla mano, l'apertura teorica dovrebbe essere intorno ad f/2,5 e quella effettiva, tenendo conto dall'ostruzione centrale, intorno ad f/3 - f/3,2. 

L'immagine prodotta dal catadiottrico da 210mm viene acquisita dal sistema di intensificatori in cascata, composto da 3 moduli raccordati da fibre ottiche, che provvedono ad intensificarla ben 80.000 volte; l'immagine prodotta dagli intensificatori, ormai ridotta ad una visione monocromatica bianco-giallastra, viene proiettata su uno schermo circolare dal quale viene focalizzata da un relay-lens posteriore, una specie di obiettivo macro, costituito in realtà da un tandem di obiettivi in cascata, che la proietta sul piano focale della fotocamera Contax; questa coppia di obiettivi col primo invertito davanti al secondo è stata sicuramente ispirata da analoghi sistemi utilizzati nei vecchi apparecchi diagnostici a raggi X, nei quali la debole immagine del fluoroscopio viene acquisita da un obiettivo e proiettata telecentricamente verso un secondo che provvede a focalizzarla su un tubo video: anche in questo caso i due obiettivi, solitamente luminosissimi, sono montati con le lenti posteriori che fronteggiano lo schermo sorgente e l'output finale, esattamente come nell'N-Mirotar.

Se osserviamo l'architettura degli schemi, possiamo facilmente riconoscere nei due moduli del relay-lens uno schema tipo Planar invertito abbinato ad un tipo Sonnar; siccome negli obiettivi in cascata, solitamente, si suggerisce di utilizzare un obiettivo secondario con focale all'incirca doppia rispetto a quello anteriore, se fossi malizioso potrei quasi ipotizzare che alla Zeiss, per risparmiare tempo e denaro nella realizzazione di un obiettivo per il quel era già prevista una produzione limitatissima, potrebbero avere semplicemente abbinato un Planar Contax 50mm f/1,4 ad un Sonnar Contax 100mm f/3,5, i cui schemi, da quanto si può capire dalla grafica, sono praticamente identici a quelli dei due moduli presenti nella parte posteriore dell'N-Mirotar.

L'immagine finale è monocromatica e copre un cerchio da 30mm di diametro (quindi impressiona solo parzialmente il formato 24x36mm, come alcuni fisheye) con un angolo di campo di circa 8°; la luminosità massima dell'obiettivo, ovviamente, è difficile da quantificare, tuttavia i dati Zeiss dichiarano che il guadagno rispetto ad un'apertura f/1,4 è di circa 2.500x, corrispondenti ad 11 f/stop, corrispondente ad una luminanza pari a T = 0,03, che consente di lavorare in piena notte senza luci di supporto; infatti, utilizzando un film a 400ASA - 27° DIN, con Luna piena (10-1 lux) era possibile scattare ad 1/500", con un quarto di Luna (10-2 lux) con 1/60" e senza Luna, al bagliore delle stelle (10-3 lux) con 1/4"; naturalmente l'immagine finale non è figurativa tout court, presentando una risolvenza modesta e toni appiattiti ma è assolutamente efficace per gli scopi previsti.

 

 

La messa a fuoco dell'obiettivo è garantita da una leva esterna, pieghevole e dotata di un incavo per il dito, che scorre in un'asola dell'obiettivo, movimentando le lenti di campo interne; naturalmente non è presente una scala di riferimento ed un'accurata messa a fuoco risulta anatomicamente difficile ma in questo caso si è privilegiata l'ergonomia e la rapidità d'uso in situazioni prevedibilmente difficili e concitate; accanto alla leva di messa a fuoco è visibile anche il robusto dispositivo di fissaggio per il tappo in gomma morbida.

 

 

l'N-Mirotar, a cagione del suo impiego estremamente specialistico e del suo prezzo mozzafiato, è stato prodotto in tiratura estremamente limitata ed i principali clienti sono stati agenzie di intelligence; anche l'esemplare in questione, il sesto prodotto nel 1980 su un lotto di 10 esemplari, venne inizialmente fornito a qualche agenzia o ente statunitense; successivamente venne derubricato e venduto come surplus non più necessario ma sono rimasti gli adesivi che testimoniano la destinazione originale ("proprietà del Governo degli Stati Uniti") ed i relativi codici a barre e pin number. Nel dettaglio si può apprezzare anche l'interruttore generale a tre posizioni (spento, sempre acceso, acceso su attivazione manuale) ed il relativo grilletto; per compattare il sistema l'impugnatura può essere rimossa tramite la ghiera metallica visibile in foto.

Come detto, la produzione ufficiale fu di 43 pezzi, così articolata: 10 esemplari compresi fra le matricole 6.081.404 e 6.081.413; 10 esemplari compresi fra le matricole 6.145.956 e 6.145.965; 10 esemplari compresi fra le matricole 6.280.369 e 6.280.378; 7 esemplari compresi fra le matricole 6.578.727 e 6.578.733 e 6 esemplari compresi fra le matricole 6.845.788 e 6.845.793, tutti con attacco a baionetta Contax-Yashica.

 

 

Il cannotto posteriore che incorpora il tandem di obiettivi Relay è facilmente smontabile, permettendo così di ispezionare lo schermo sul quale la serie di intensificatori proietta l'immagine e sulla cui superficie gli obiettivi secondari la focalizzano; non si può trascurare il fatto che quest'obiettivo costituisce l'epigono finale di analoghi sistemi progettati al termine della guerra per le forze armate del Dritten Reich ed identificati dalla denominazione "progetto UHU": in questo caso era presente un luminosissimo obiettivo anteriore a lenti abbinato ad un proiettore attivo ad infrarossi (o ad azione passiva, se si seguivano tracce termiche), un tubo catodico ad alta tensione che trasformava gli infrarossi in un'immagine fluorescente visibile, ed un sistema ottico secondario che consentiva di visualizzarla facilmente.

L'N-Mirotar era alimentato da due comuni batterie a secco da 1,5v tipo "AA", posizionate nel punto di attacco fra barilotto ed impugnatura, in un vano accessibile rimuovendo con una moneta la vite visibile nella foto; l'autonomia di un set di batterie corrispondeva a 30-40 ore di funzionamento continuo, quindi decisamente buona.

Su richiesta erano disponibili due accessori per visione diretta, applicabili al posto del cannotto con gli obiettivi secondari e la baionetta e decisamente più compatti: uno monoculare e l'altro binoculare con prisma separatore: personalmente non ne ho mai visto un singolo esemplare dal vivo.

 

 

L'N-Mirotar era fornito all'interno di una valigetta corredo; nel nostro caso sono ancora presenti gli stickers governativi che indicano il contenuto, con i relativi pin numbers: una Contax 137 MA Quartz ed un NVD (acronimo di Night Vision Device)  Zeiss N-Mirotar. L'adesivo centrale è interessante, perchè riporta la scritta "demonstration model", forse un esemplare utilizzato per addestrare gli operativi specializzati e quindi non utilizzato direttamente sul campo, il che giustificherebbe le sue buone condizioni di conservazione; la scritta che si riferisce al corpo macchina completamente ricondizionato è successiva e probabilmente indica una revisione effettuata prima della dismissione del kit per metterlo in vendita.

 


L'interno della valigetta corredo mostra le imbottiture sagomate ed altri elementi della dotazione, come una cinghia di trasporto ancora sigillata e le chiavi per le chiusure della valigetta, sicuramente un presidio di sicurezza non troppo efficace in un mondo di professionisti dell'intelligence...

Dopo questa lunga e spero avvincente condivisione appare palese come l'articolata produzione Zeiss, in tutte le sue declinazioni societarie, sia non solo numericamente rilevante ma anche estremamente diversificata, un mare magnum con molte insenature ancora da esplorare, all'interno del quale si celano, come abbiamo potuto appurare, autentiche perle di grande interesse per i contenuti tecnologici, le prestazioni, i campi d'impiego specialistici e, perchè no?, anche il mero appeal collezionistico.

Un caro saluto a tutti voi.

(Marco Cavina)

(Testi, attrezzature, fotografie e grafiche di Marco Cavina, dove non altrimenti indicato)

 

 

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