ZEISS BIOGON 60mm: L'OBIETTIVO LUNARE
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In ogni contesto si sono avvicendati momenti topici, al culmine dell'ingegno e della
sensibilità umana nei campi dell'arte, della scienza, della matematica, etc.; la storia che sto
per raccontare si riferisce ad uno dei massimi vertici raggiunti, per varie ragioni, nel campo
della progettazione ottica finalizzata alla fotodocumentazione, una storia, come talvolta
avviene in questi casi, semisconosciuta: parleremo dello Zeiss Biogon 60mm f/5,6
fotogrammetrico, l'unico obiettivo fotografico ad essere stato sulla Luna (assieme ad una 
versione modificata dello Zeiss Tele-Tessar 500mm f/8 di normale produzione) e ad averne
riprodotto, per mano umana, gli scenari.

Tutto ebbe inizio quando nell'ambito del programma spaziale Apollo cominciarono a
delinearsi i dettagli della missione, ed ai tecnici della NASA apparve subito prioritaria la
disponibilità in tempi brevi di un obiettivo fotografico speciale, non indicato solamente per
nitide riprese generiche ma specificamente destinato alla ripresa fotogrammetrica da parte
dell'equipaggio Apollo, destinato a breve a scendere fisicamente sulla superficie del satellite,
un'ottica che permettesse rigorosissime riproduzioni con severe esigenze di valutazione metrica.
Naturalmente da Houston contattarono il partner consolidato del settore, la Zeiss di Oberkochen,
dal momento che già da tempo le missioni spaziali si avvalevano di fotocamere Hasselblad
munite di ottiche della casa tedesca, ed i vari Planar 80, Biogon 38, Sonnar 150, 250 e 500mm
avevano già meritato il privilegio della dotazione di bordo; l'onore di progettare l'obiettivo lunare
assieme all'onere del brevissimo preavviso (meno di un anno) toccò al matematico e progettista
capo Erhard Glatzel, uomo geniale che nonostante avesse appena passato la quarantina (siamo
nel 1968, Glatzel è classe 1925) poteva già vantare la progettazione di praticamente tutte le ottiche
Contarex ed Hasselblad prodotte all'epoca, oltre all'Hologon 15mm (ed avrebbe continuato la striscia
di successi con la prima, grande ondata di ottiche per Contax-Yashica e con svariate altre realizzazioni
successive per Hasselblad e Rollei, fino a cedere lo scettro al delfino Walter Woeltche); Glatzel era
una vecchia conoscenza della NASA, avendo già progettato il famosissimo Planar 50mm f/0,7.
Nonostante avesse appena terminato tre importanti calcoli per Hasselblad come il 100/3,5 Planar
per fotogrammetria, l'S-Planar 120/5,6 macro e l'UV-Sonnar 105/4,3 per foto UV (presentati alla
Photokina di Colonia 1968), Glatzel ed il suo entourage si misero alacremente all'opera sulle specifiche
richieste: un moderato grandangolare con severissime esigenze di correzione delle distorsione, calcolato
per lavorare in abbinamento ad una piastra reseau sul piano focale dotata di crocicchio fotogrammetrico.




L'obiettivo lunare: lo Zeiss Biogon 60mm f/5,6, fornito successivamente anche sul mercato civile
sull'apparecchio metrico qui illustrato, la Hasselblad MK-70; in primo piano lo shape della
caratteristica piastra reseau, con la quale l'ottica era stata calcolata per lavorare.


Glatzel decise immediatamente di basarsi sullo schema Biogon progettato tre lustri prima dal suo illustrissimo
predecessore Ludwig Bertele, dal momento che quest'ottica, realizzata il quattro focali diverse da 21 a 75mm,
presentata già una distorsione ridottissima, 0,25%, nonostante coprisse ben 90°, ed ottime credenziali quanto a
risoluzione e contrasto; Glatzel modificò questo schema, mantenendone tuttavia intatta la fisionomia, ricavando
un obiettivo da 60mm di focale destinato al "6x6" dell'Hasselblad HDC data camera lunare, a sua volta in fase
di realizzazione a Goteborg, ovvero un leggero grandangolare (il Biogon originale per questo formato è il 38mm);
Glatzel arrotondò prudenzialmente la luminosità ad f/5,6 e lavorò moltissimo sulla distorsione, arrivando ad una
soglia estrema di correzione: infatti gli introvabili diagrammi ufficiali che allego evidenziano uno scostamento
lineare massimo su tutto il campo dello 0,0018% (!!!); molta attenzione fu posta anche alla meccanica, destinata
ad un impiego sull'atmosfera lunare in condizioni estreme d imprevedibili di temperatura, con enorme e
repentina escursione termica; in prove simulate fu soprattutto l'otturatore ed i suoi lubrificanti a creare problemi:
i grassi evaporavano sotto vuoto e si depositavano sulle lenti, quindi alla Deckel di Monaco (la ditta che produceva
l'otturatore Syncro-Compur in dotazione) vennero quasi completamente eliminati, mentre si calibrò con standard
molto superiori alla norma i tre tempi di uso previsto più frequente, cioè 1/60", 1/125" ed 1/250".



Due ritratti del dott. Erhard Glatzel (1925-2002), grandissimo matematico e progettista di quasi tutti gli obiettivi Zeiss
dei sistemi Contarex, Hasselblad, Rollei e Contax realizzati da fine anni '50 a fine anni '70: è un po' il padre degli
Zeiss moderni; nel suo epitaffio è scritto: "non siate contriti perchè la vita è finita, ma lieti, perchè è stata un una grande vita".

 

In soli sei mesi l'obiettivo era pronto e fu assemblato all'esemplare di Hasselblad HDC data camera destinato al moon-landing,
applicandovi l'apposita lastra reseau in vetro spesso 4mm con la quale l'obiettivo stesso era stato calcolato, dotata di 25
crocicchi fotogrammetrici posizionati con una tolleranza di 0,005mm, a loro volta con spessore delle tracce di 0,005mm
e lunghezza dei singoli bracci di 1mm, mentre quello centrale era di dimensioni maggiori; l'obiettivo ed il suo corpo macchina
furono calibrati e testati con estrema cura e la montatura dell'ottica venne dotata di prolunghe funzionali per le ghiere
di messa a fuoco, tempi e diaframmi per agevolarne l'uso coi i guanti e fu applicato un filtro polarizzatore anteriore,
rimuovibile e dotato di catenella di sicurezza.




Il biogon originale di Ludwig Bertele (a sinistra) assieme alle interpretazioni di Glatzel: il Biogon 60/5,6
fotogrammetrico lunare e l'S-Biogon 40mm f/5,6 obiettivo da riproduzione a risolvenza estrema destinato
a reprocamere compatte; notate come lo schema di base resti sostanzialmente immutato, a prova della
flessibilità di questo straordinario obiettivo e della genialità del suo ideatore.


C'è chi sostiene che in realtà gli americani non siamo mai scesi sulla Luna o che l'abbiano fatto ma che
le pellicole siano state irrimediabilmente deteriorate da vari fattori, e che tutto il materiale foto-video
sia frutto di abili messinscene in immensi hangar dell'esercito con uso di grandi set allestiti alla bisogna
e persino la consulenza tecnica di Stanley Kubrick, il tutto per propaganda politica; il questo contesto
non mi curo di questa querelle, do-voglio dare per scontato che il Biogon 60 sia stato realmente sul
nostro satellite, dove tuttora riposa assieme al corpo Hasselblad (furono riportati solo i magazzini, per
risparmiare peso), muto testimone in un mondo alieno dell'ingegno umano; dopo questa missione, che valse
grandi onori alla Zeiss ed a Glatzel in persona (fu anche premiato appositamente dalla NASA), si decise
di produrre il Biogon lunare, talis qualis dal punto di vista ottico, per impieghi civili terrestri: del resto era
stato acromatizzato sullo spettro visibile convenzionale (la luce solare è identica anche sulla Luna,
a parte gli assorbimenti fuori dallo spettro visibile causati dalla nostra atmosfera, più densa) ed era
perfettamente adattabile alla bisogna.

Fu quindi messo in produzione un Biogon 60mm f/5,6 civile (focale effettiva 61,1mm), codice 10 4181,
dedicato ad una versione civilizzata dell'hasselblad HDC lunare, ovvero la metrica MK-70; l'obiettivo
pesa ben 740g ed anche in questo caso richiede la piastra reseau che è montata in modo permanente
sulla MK-70; come sull'esemplare lunare - naturalmente - il tipico schema non retrofocus del
Biogon, simmetrico e molto rientrante, impedisce la visione reflex (lo specchio è assente) ed occorre
affidarsi ad un mirino esterno, con messa a fuoco a stima (o tramite l'adattatore posteriore con
vetro smerigliato, in dotazione alla MK-70 in versione modificata per il vetro reseau e marcata proprio
MK-70); incidentalmente, sia sulla HDC lunare sia sulla MK-70 la cornice metallica della piastra
reseau riduce il fotogramma utile a 53x53mm.



La piastra reseau posteriore della MK-70, montata in modo permanente ed appositamente
calibrata sull'esemplare di Biogon 60/5,6 dedicato


Ogni apparecchio Mk-70 era calibrato e testato individualmente per il suo Biogon 60/5,6 ed
i risultati dei relativi test erano forniti con la documentazione allegata; quest'obiettivo non forniva
la risoluzione estrema dell'originale 38mm ma la correzione della distorsione era eccezionale.





L'introvabile (almeno i Italia) scheda tecnica del Biogon 60mm f/5,6; notare nel profilo
dell'ottica quanto rientri il gruppo posteriore di lenti rispetto alla flangiatura col tipico
tiraggio dei corpi Hasselblad




MTF, vignettatura e distorsione del Biogon 60/5,6 lunare: il trasferimento di modulazione
è buono ma certo inferiore all'originale 38mm Biogon, quello delle celebre SWC,
analizzando però la distorsione si nota che il fondo-scala del diagramma è a 0,004% !!


In tempi recenti la metrica MK-70 fu dotata in kit, oltre al Biogon 60/5,6, di una seconda ottica dalle
spiccate caratteristiche fotogrammetriche, il Planar 100/3,5, anch'esso caratterizzato da una
distorsione estremamente ridotta (ma non certo ai livelli del Biogon) e da una uniforme risoluzione
di almeno 160 l/mm anche a piena apertura, molto adatta all'aerofotografia con brevi tempi di
otturazione; questo kit era a listino anche in Italia ancora a metà anni '90 ed il prezzo, mera curiosità,
si aggirava sui 90 milioni di vecchie lire.....



L'unico esemplare esistente di Biogon 60m f/5,6 con sistema AA (o CAD, all'italiana) per il
controllo automatico del diaframma, probabilmente adattato appositamente su richiesta.

 



La più celebre immagine realizzata (spero) sulla Luna dal Biogon 60mm f/5,6: l'orma di
Buzz Aldrin  dell'Apollo 11 fotografata nell'ambito del primo allunaggio sulla superficie
del satellite, quel glorioso 20 Luglio 1969; "un piccolo passo per un uomo, un grande
balzo per l'umanità".




Una vignetta dal sito NASA con l'inconfondibile sagoma dell'Hasselblad HDC
data camera dotata di Biogon 60mm f/5,6.





Il riconoscimento ufficiale conferito al dott. Erhard Glatzel dall'amministrazione della NASA
in riferimento ai suoi meriti per i successo della prima missione lunare umana, in quanto progettista
dell'obiettivo utilizzato sul satellite per le riprese fotografiche a mano.


Concludendo, il fascino indiscreto dello Zeiss Biogon 60mm f/5,6 fotogrammetrico non aleggia soltanto
perchè ci ha aperto gli occhi sui desertici scenari lunari, popolati da strani uomini zompettanti in tuta bianca
e casco spaziale, e perchè ora ivi riposa, coperto da bianchi sedimenti e gloria eterna; quello che
personalmente mi solletica le intime sfere sta nel fatto che la versione civile, pressochè identica, è stata
regolarmente commercializzata e chiunque può metter mano, assieme al portafoglio, su un autentico
pezzo di storia dell'uomo, e la più fulgida.

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