PELLICOLE  PIANE  DI  GRANDE  FORMATO

E  LA  LORO  COMPLESSA  GESTIONE:

COME  CARICARLE  E  SVILUPPARLE


 

ABSTRACT

A brief tutorial that explains how to load and process
the large format plate sheet, not really a bargain...


22/01/2008

 

Parliamo chiaramente: allo stadio evolutivo attuale dell'universo digitale, in relazione al quale
il bianconero chimico è visto ormai come una nicchia d'eccellenza un po' retrò, praticata da
raffinati cultori, ritengo che sia logico orientarsi su formati di negativo sempre maggiori, proprio
per puntualizzare senza equivoci lo iato esistente e definire in modo chiaro i relativi ambiti di
appartenenza; naturalmente all'aumentare del formato utile subentrano di pari passo inedite
difficoltà operative, sconosciute al classico 35mm e persino alle medio formato su film 120:
stiamo ovviamente parlando delle pellicole piane, i vedi pascoli degli ultimi bianconeristi.

Le pellicole piane (già all'esordio sull'ormai desueto 6,5x9cm ma ben più diffuse nel classico
4x5" ed utilizzate da qualche ardimentoso anche sull'8x10") portano in dote innegabili vantaggi:
l'ampia superficie utile garantisce finezza di grana, presenza e gamma tonale sconosciute ai
formati inferiori; l'utilizzo di pellicole singole consente trattamenti personalizzati, a partire dalle
procedure del classico zone system; infine, gli apparecchi che le utilizzano consentono di solito
piena mobilità ai corpi porta-obiettivo e porta-pellicola, permettendo il controllo delle linee
prospettiche e della profondità di campo.

Tutto questo comporta un prezzo da pagare, la cui entità è marcatamente soggettiva e vira
dal sollucchero all'incubo a seconda delle individualità: costi, pesi, difficoltà nelle procedure
più banali possono scoraggiare chi non sia fortemente motivato; in questa sede voglio fare
una piccola chiacchierata sulla gestione delle pellicole piane, dal caricamento al trattamento.


Una panoramica sul rarefatto mondo delle pellicole piane: la loro gestione impone procedure desuete
ed insolite per l'appassionato moderno e chiama in causa strumenti ed accessori particolari; le pellicole
vergini sono conservate in scatole a tenuta di luce, come risme per stampa inkjet, e per utilizzarle vanno
caricate una ad una in appositi porta-pellicola detti chassis: a sinistra è illustrato uno chassis singolo per
lastre 6,5x9, al centro uno chassis 4x5" per lastre Polaroid o convenzionali a carica rapida e a destra un
convenzionale chassis doppio per il 4x5"; alle loro spalle troviamo speciali telai in acciaio inox per il
trattamento delle piane ed una più pratica tank di grandi dimensioni in grado di accogliere e processare
le lastre in modo più convenzionale, alla luce del giorno.

 



Come anticipato, le pellicole piane (lastre è una definizione obsoleta, dal momento che il supporto
è analogo a quello dei film in rullo, solo più spesso per garantire la planeità) sono disponibili in varie
pezzature: nella foto troviamo il formato minimo 6,5x9cm (oggi in disuso ma sempre utilizzabile rifilando
con una dima lastre più grandi), il 4x5" (10x12cm, formato americano affermatosi a scapito del classico
9x12cm) e l'imperiale 8x10" (20x25cm); fra i tagli attualmente in uso (non illustrato) c'è anche il 5x7"
(13x18cm), mentre i formati superiori all'8x10" sono ormai letteralmente prodotti su ordinazione, ed
arrivano anche al 50x60cm! Il Summicron 35mm della foto indica in modo eloquente le reali dimensioni
di queste pellicole.

 

Queste "lastre" vengono fornite, come detto, in apposite scatole di cartone con doppio coperchio
a tenuta di luce, ed il primo problema inedito che il novizio incontra consiste nel riconoscere il lato
emulsionato da esporre: a tale proposito tutte le piane sono dotate di un apposito "marker"
all'estremità di uno dei lati corti, che consente di identificare l'orientamento della lastra quando
viene caricata al buio; inoltre, la particolare ed inconfondibile struttura delle incisioni (diversa
per ogni versione) consente di identificare la marca ed il tipo di pellicola dopo il trattamento.

 


Specificamente, quando il marker si trova sul lato destro rispetto all'osservatore, la superficie
emulsionata è rivolta verso di esso, cioè si trova sul lato superiore della lastra; naturalmente,
caricando al buio assoluto, questa importantissima verifica si effettua "a tasto" con i polpastrelli
delle dita.

 

Il classico chassis è una custodia dotata di una sede (solitamente doppia, una per ogni lato) munita  di piano
focale calibrato con la battuta dello chassis stesso e che circoscrive il formato di pellicola ad esso destinato; sui
due lati lunghi sono presenti una coppia di guide rettilinee (immaginiamo le guide in cui scorre la serranda di
un negozio): quella inferiore destinata ad accogliere e tenere in posizione la lastra e quella superiore che permette
di inserire l'antina di protezione dalla luce (solitamente definita volet); la parte terminale dello chassis (sul lato
opposto rispetto all'inserimento del volet) è ribaltabile verso l'esterno, e questo permette di inserire la piana nelle
sue guide, prestando la massima attenzione affinchè il marker inciso su uno dei bordi si trovi nella posizione
illustrata: solo in questo modo l'emulsione sensibile sarà correttamente orientata verso l'obiettivo.

 


Questo dettaglio evidenzia la coppia di guide presenti su ogni lato dello chassis doppio: inserendo la lastra
(operazione poco agevole, dato che saremo al buio assoluto), dopo averne verificato il corretto orientamento,
occorre prestare attenzione affinchè essa scorra regolarmente nella coppia di guide inferiori, lasciando le
superiori per il volet; per verificare che tutto sia regolare possiamo introdurre un'unghia nella guida superiore
su entrambi i lati, verificando che sia libera, ed in caso contrario occorre sfilare delicatamente la lastra e
ripetere l'operazione con la massima attenzione.





Quando la lastra si ferma nella battuta di fondo-corsa, l'operazione di inserimento
è conclusa e potremo rimettere in posizione il settore ribaltabile dello chassis;
come avrete intuito, tutta questa "manualità" alla cieca alza il rischio che corpuscoli,
peli, capelli, brandelli di epidermide o gocce di sudore finiscano sulla lastra, vanificando
tutto il lavoro: occorre essere coscienti che questo è un problema reale, organizzandosi
di conseguenza; il piano dove lavoriamo dovrà essere perfettamente pulito e sufficientemente
ampio, mentre gli chassis vuoti dovranno essere minuziosamente spolverati prima di
utilizzarli, ivi compreso il volet e tutti gli "anfratti" dello chassis stesso; infine, non eccedete
col lavaggio delle mani: l'eccesso di alcali che elimina completamente il film idrolipidico
cutaneo rende la pelle secca e si staccano con facilità piccole porzioni di epidermide.

 

Dopo aver posizionato la parte ribaltabile nella sede originale, inserite il volet
nell'apposita fessura che si trova sul lato opposto, tenendo premuto il settore
mobile finchè il volet stesso non vi si incastra a fondo corsa, bloccandolo;
solitamente i volet presentano sull'impugnatura una "grafica" diversa sui due
lati (in questo caso nero o argento), un espediente che permette di riconoscere
il fotogramma già esposto semplicemente inserendo l'antina rovesciata dopo la posa;
di norma sono presenti anche dei fermi rotanti che bloccano il volet in posizione,
impedendo che venga estratto accidentalmente durante il maneggio; gli chassis sono
in plastica e la perfetta calibratura del piano focale dipende dalla loro integrità:
eviteremo quindi, inserendoli sotto il vetro smerigliato dell'apparecchio, di farli
strisciare con forza ma terremo sollevato il vetro stesso in modo da non causare
inutili attriti fra la plastica ed il metallo, così come eviteremo di torcerli o di
sottoporli a sforzi non previsti; la lastra è tenuta in piano soprattutto dal "tono"
del suo supporto (come detto, più spesso rispetto ai film in rullo), ed è bene non
caricarla in condizioni di forte umidità, sottoporre gli chassis a violenti sbalzi di
temperatura o lasciare molto a lungo la lastra caricata prima di esporla: tutti
questi fattori possono causare indesiderate ondulazioni della piana, causando
fuori-fuoco imprevisti; naturalmente le procedure e le attenzioni descritte fin'ora
valgono anche per i formati superiori.

 

Gli chassis per lastrine 6,5x9cm, solitamente, presentano un piano focale ad "inserimento diretto"
del film, semplicemente aprendo a libro lo chassis; anche in questo caso il marker dovrà risultare
a destra rispetto alla superficie che guarda l'apparecchio fotografico (nella foto, per indicare il
possibile errore, l'emulsione è orientata al contrario, verso l'interno del portapellicola); per garantire
la planeità - solitamente - è disponibile un pressapellicola costituito da una lastrina metallica che va
posizionata sulla lastra stessa; chiudendo il dorso una serie di molle provvederà a mantenere l'adeguata
pressione sul pressapellicola. Anche in questo caso un volet scorrevole proteggerà l'emulsione dalla luce
e solitamente sono presenti dei blocchi di sicurezza contro l'apertura del dorso e l'estrazione accidentale
del volet.

 

Questa animazione esemplifica le semplici operazioni di carica, snellite
dal collocamento diretto del film nella sua sede; anche in questo caso sarà
necessaria una scrupolosa pulizia preventiva degli chassis e del piano di lavoro.

 


Utilizzando emulsioni Polaroid o normali pellicole piane in confezione Readyload o Quickload
(lastre dotate di volet in cartone, caricabili e scaricabili in piena luce) sarà necessario utilizzare
uno chassis portapellicola apposito, come ad esempio il Polaroid 545: quest'ultimo consente
a queste speciali pellicole di "agganciarsi" a fondo corsa, permettendo all'operatore di sfilare
ed inserire nuovamente i volet di cartone per la posa senza trascinare con se anche la pellicola;
terminata l'operazione, il dorso può sganciare nuovamente la lastra, che viene estratta in blocco
con i volet protettivi, pronta per essere consegnata al laboratorio; nel caso delle emulsioni Polaroid
originali, il dorso dispone di una coppia di rulli che in fase di estrazione finale schiacciano le capsule
di gel destinato allo sviluppo diretto e spalmano l'alcale sulla lastra.

 



Il dorso Polaroid 545 con una lastra Polaroid 55 positivo/negativo, in grado di fornire un negativo
9x11,5cm a sviluppo immediato, pronto per essere fissato e stampato; la leva di Alluminio in
posizione sollevata consente di inserire la lastra, la cui clip metallica si fissa a fondo-corsa, e di
estrarre i volet per l'esposizione; dopo aver inserito nuovamente i volet protettivi, la vistosa leva
metallica va ruotata verso il basso premendo contestualmente quella più piccola contrassegnata
dalla lettera "R" : in questo modo la clip metallica (che fissava la lastra) si svincola ed è possibile
 estrarre tutto il complesso, mentre i rulli (ora chiusi) distribuiscono il reagente.

 

In quest'immagine viene illustrato il corretto orientamento della Polaroid 55 rispetto
al dorso 545 (le stesse attenzioni vanno riposte anche per i film Readyload o Quickload);
all'estrema sinistra dell'involucro protettivo si può notare la clip metallica destinata ad
ancorare la lastra in fondo al dorso 545 e a svincolarla temporaneamente dal movimento
dei volet protettivi; dopo lo sviluppo e l'apertura il negativo così trattato va fissato in
Sodio iposolfito al 18% e poi lavato con cura: a questo punto è già pronto per la stampa;
durante il fissaggio è opportuno eliminare con le dita - delicatamente - i residui di gel
dello sviluppo istantaneo; esistono anche dorsi Polaroid per formati superiori che
richiedono un'apposita sviluppatrice a rulli con manovella, in grado di distribuire
in modo uniforme il gel del reagente; operando on location, si rende necessaria la
classica "tanichetta" di sodio Iposolfito al 18% in cui mettere le lastre sviluppate:
per i formati superiori esiste addirittura un accessorio apposito, dotato di maniglia
per il trasporto e di coperchio rimuovibile per inserire le grandi lastre.

 

Per quanto concerne il trattamento delle lastre convenzionali, per prima cosa occorre scaricare
gli chassis al buio, mettendo le lastre esposte dentro una scatola a tenuta di luce (va benissimo
una delle confezioni in cui è stata venduta, vuota), prestando le solite attenzioni alla pulizia maniacale;
al buio è possibile riconoscere le lastre esposte perchè il volet, oltre ad una grafica differente, su
uno dei lati presenta solitamente dei settori in rilievo (tipo Braille, per intenderci) assenti sull'altro,
ma consiglio caldamente di organizzarsi preventivamente in piena luce, posizionando e dividendo
i portapellicola in modo da riconoscere quelli con entrambi i lati esposti (da scaricare completamente)
da quelli rimasti "a metà"; sorvolando su eventuali trattamenti specifici per ogni lastra (prerogativa
del grande formato), i pionieri del sistema sviluppavano le lastre semplicemente immergendole
una ad una, al buio, in una bacinella di reagente, come siamo soliti fare con le stampe dopo
l'esposizione sotto l'ingranditore; questo sistema presenta dei limiti evidenti: è difficile sviluppare
varie lastre in modo uniforme (quando avremo introdotto l'ultima la prima è già sotto l'effetto del
reagente da un po' di tempo), non possiamo sottoporle all'agitazione "energica" richiesta da certi
strati antialo moderni, operando la buio non siamo in grado di verificare eventuali inconvenienti
(ad esempio, lastre sovrapposte ed appiccicate), non possiamo controllare la temperatura del
reagente durante lo sviluppo; non è comunque un sistema da scartare a priori: dal momento
che di solito si espongono poche lastre per volta (anche una o due) è sempre possibile
trattarle singolarmente, evitando i problemi di "affollamento" nella bacinella, con la possibilità
di controllare esattamente il tempo di sviluppo e di agitare più vigorosamente la singola lastra;
per i tempi al buio potremo avvalerci di un orologio triziato.

Chi è meno in sintonia col panico e la tensione può comunque contare su alcuni accessori
dedicati, fra i quali troviamo i telai singoli in acciaio inox e soprattutto specifiche tank a
spirale dedicate alle piane: vediamo in dettaglio.

 



Una tank per il trattamento delle pellicole piane: all'interno della sua spirale modulare è
possibile trattare 6 lastre per ogni ciclo (nei formati 6,5x9cm, 9x12cm e 4x5"), con
evidenti vantaggi: dopo il caricamento si opera a luce accesa, è possibile controllare
la temperatura del reagente in corsa, è possibile agitare adeguatamente il film e verificare
comodamente i tempi di trattamento; il rovescio della medaglia, a parte il costo intrinseco
dell'oggetto, consiste nella quantità di reagente richiesto: 1,8 litri per sei lastre (e così anche
per arresto e fissaggio); una caratteristica unica di queste tank consiste nel fatto che le
lastre non si avvolgono a spirale come con le pellicole in rullo, ma vengono inserite come
carte da gioco in un taschino, leggermente ricurve ed affiancate una all'altra, tre da una
parte e tre sul lato opposto; ecco un'animazione che esemplifica l'operazione.

 




L'operazione di inserimento è più difficile di quanto sembri: al buio assoluto è
difficile districarsi nella selva di guide parallele senza incepparsi, rigare l'emulsione o
lasciare impronte sul film, così come mettere in posizione le apposite piastre che fissano
la pellicola, impedendole di uscire a ritroso dalle guide durante l'agitazione: è
senz'altro meglio impratichirsi con delle prove "in bianco" alla luce solare utilizzando
una lastra di scarto; occorre una certa delicatezza nei capovolgimenti, perchè la
grande massa del reagente che si travasa improvvisamente può fare uscire la lastra
dalla sua sede, compromettendo il risultato

 



Inserite le lastre, lo sviluppo avrà luogo con le
stesse, consuete procedure messe in atto con le tank
destinate ai formati inferiori.

 

Rinunciando al vantaggio di operare in piena luce si può evitare la complessa procedura di caricamento
della spirale utilizzando gli appositi telai porta-lastra in acciaio inox.

 

Il telaio in acciaio inox destinato allo sviluppo delle piane in bacinelle verticali: notare
gli appositi scassi destinati ad assicurare la fila di telai messi in parallelo nella bacinella;
gli spigoli in acciaio sono aggressivi e l'unica attenzione richiesta durante l'inserimento
della lastra consiste nell'evitare involontarie abrasioni al film.

 


Non disponendo di apposite bacinelle possiamo sfruttare qualsiasi contenitore plastico
resistente ai reagenti e di forma opportuna; in questo caso ho riciclato una scatola
in Polietilene destinata a contenere cereali... Per il trattamento, si caricano al buio
le lastre nei telai e, tenendo questi ultimi paralleli e leggermente distanziati con le dita,
li si immergono nel contenitore riempito di sviluppo fino al livello richiesto, effettuando
la prima agitazione imbibente e quelle successive sollevando e riabbassando i telai
senza che urtino inavvertitamente gli uni contro gli altri; al termine del processo
solleviamo i telai, tenendoli leggermente discosti con una mano mentre con l'altra
rovesciamo il reagente e lo sostituiamo con l'arresto, tenuto a portata di mano in
un bricco plastico, immergendo nuovamente le piane ed evitando sempre che qualche
spigolo metallico danneggi una lastra; ripeteremo l'operazione con fissaggio, accendendo
finalmente la luce dopo un paio di minuti dall'inizio del trattamento.

(Le raccomandazioni sui graffi non sono di fantasia: la prima volta sviluppai lastre T-MAX-100
mettendo il coperchio ermetico al contenitore ed agitando vigorosamente come se si trattasse
di una tank: lo sviluppo venne benissimo, ma le lastre sembrano passate sotto i cingoli di un blindato...)

Infine, per chi volesse delegare ad un laboratorio il trattamento del film, il sistema
più pratico per la consegna resta una confezione originale, vuota, sulla quale annotare
con un'etichetta ed in modo molto chiaro le nostre esigenze specifiche.




Una confezione di vendita per piane 4x5", ideale anche per consegnare il materiale esposto
al laboratorio, aggiungendo la preghiera di restituzione della scatola stessa, onde riutilizzarla;
non so se sia divertente, ma quando consegnai della Velvia 50 in questa scatola, oltre alla
scritta cubitale che vedete avevo replicato la specifica di trattamento E6 anche sulla busta
di ordinativo, in modo inequivocabile; infatti, mi fu restituita trattata in C-41 per negativi, e
addio a tanta fatica in sede di ripresa...

 

Se qualcuno, a questo punto, è preso da una punta di scoramento, non si perda
d'animo e veda il bicchiere mezzo pieno: immaginate cosa si può dare con negativi
di questa dimensione (ed anche oltre)?

 

L'ultimo suggerimento: se esordite col grande formato, non lasciatevi prendere dal delirio
di onnipotenza che le prime stampe possono scatenare: prendendo il sottoscritto a deleterio
esempio, guardate molti anni fa dove conservavo ( a mò di "segnalibro") le stampine di prova
ricavate dalle mie prime lastre 4x5"...

 


Ciao a tutti  :-)





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